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Inviati dal Mondo:
Cartoline da
Costantinopoli - stagione 2009
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a cura di
Marta Ottaviani

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Intervista a Marta |
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Cartolina
del 9 luglio 2009
Ahmet Unlu contro Darwin e Barbie
Ahmet Unlu, meglio noto come Ahmet Hodja, colpisce ancora. L’autore de L’Atlante della Creazione, pubblicazione nella quale vengono confutate le tesi darwiniane, torna a fare parlare di sé per alcune dichiarazioni apparse sul sito, riportate dal quotidiano Hurriyet.
Da sempre preoccupato di dare direttive certe sulla buona condotta che devono tenere i musulmani, Ahmet Hodja stavolta se l’è presa con i produttori di bambole, colpevoli di creare giocattoli “con sembianze troppo vicine a quelle umane, mezze nude e con gambe troppo lunghe”.
Il santone se la prende anche con le statue che ritraggono esseri umani, colpevoli secondo lui di rispecchiare troppo la realtà soprattutto quando manco a dirlo si tratta di statue svestite.
Nel mirino di Ahmet Hodja anche l’inseminazione artificiale, soprattutto se praticata da una coppia che ha già un figlio e soprattutto le donne che si fanno visitare da medici maschi.
Il santone è famoso anche per i suoi sermoni, visibili su internet e visitati da decine di migliaia di persone. Il più famoso è quello in cui parla del sesso che deve essere praticato secondo le regole islamiche.
Sono cose che ad alcuni fanno sorridere, ad altri preoccupano. Proprio alcuni seguaci del santone, infatti, qualche mese fa, avevano fatto togliere dalla copertina del magazine della Tubitak, il Cnr turco, l’immagine di Darwin, perché la sua teoria da “scienziato infedele” andava esattamente contro quella di Hodja. La persona che ha preso questa decisione anziché venire licenziata è stata semplicemente cambiata di reparto, segno che i seguaci del santone nel Paese un po’ di voce in capitolo ce l’hanno.
Sempre per rimanere in tema di religione e conservatorismo, proprio poche settimane fa a Eskisehir, un gruppo del dipartimento all’educazione se l’è presa con quella poveraccia di Barbie, che oltre ad essere arrivata alla soglia dei 50 anni, deve sorbirsi anche gli improperi dei conservatori perché bionda, prosperosa e con gambe troppo lunghe.
Un esempio così fuorviante che un gruppo di persone in questa ridente cittadina dell’Anatolia occidentale, ha chiesto che i gadget con la bionda più famosa della storia del giocattolo, venissero banditi. Sempre la stessa località l’anno scorso durante il ramadan era finita su tutti i giornali perché le bambine erano state scoperte ad andare a scuola con zainetti a forma di donna velata.
Barbie contro veli insomma. A dimostrare che, se già al fanatismo è un grande errore, quando viene imposto ai bambini diventa immorale.
(Marta Ottaviani ©)
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Ancora tensione tra governo ed esercito
Ennesimo momento di tensione fra l’esecutivo islamico-moderato, guidato da Recep Tayyip Erdogan e l’esercito turco, fiero custode dello stato laico fondato da Mustafa Kemal Ataturk. Questa volta a determinare lo scontro frontale fra le due anime del Paese è stato uno scoop pubblicato dal quotidiano Taraf. Due settimane fa il giornale ha diffuso alcuni documenti che illustravano un piano per rovesciare l’esecutivo al potere. A firmarlo era un ufficiale delle forze di mare, Dursun Cicek. Fra i bersagli di quello che molti media turchi giudicano un tentativo di golpe, c’era anche il movimento “Nur”, fondato da Fetullah Gulen, noto pensatore islamico in auto esilio negli Stati Uniti, anche lui poco gradito all’establishment militare e accusato di essere proprio l’editore occulto di Taraf.
L’atmosfera si è fatta incandescente e il Paese come sempre si è spaccato in due: chi difende Erdogan e Gulen e li considera sorvegliati speciali dell’esercito e chi invece pensa che il premier stia mettendo in pratica una strategia per screditare l’establishment militare. La situazione rimane delicata. Il generale Ilker Basbug, Capo di Stato maggiore, in una conferenza stampa ha informato che la magistratura militare ha indagato sull’accaduto e che le accuse di Taraf sono completamente prive di fondamento, aggiungendo che qualcuno nel Paese sta cercando di tramare contro la credibilità dell’esercito. Il premier Erdogan, da Bruxelles, gli ha ribattuto che del fascicolo si occuperà anche la magistratura civile, segno che la faccenda è tutto fuorché chiusa.
Tre sono i fattori alle base dello scontro. Il primo è il processo contro Ergenekon, l’organizzazione accusata di aver destabilizzato il Paese negli ultimi 20 anni e che sarebbe composta anche da numerosi militari. Ma a rendere i rapporti ancora più tesi c’è la bozza della nuova costituzione, che dovrebbe togliere poteri all’esercito, e soprattutto l’ipotesi di mettere sotto processo gli esecutori del colpo di Stato del 1980, il più duro dei tre che hanno colpito la Turchia. Un’onta che i militari turchi non potrebbero mai accettare. Segno che in Turchia ci sono i soliti cani e gatti e che litigano. Di mezzo c’è l’equilibrio di un Paese che rischia seriamente di stancarsi di tutti e due e la via verso l’Europa, che sembra sempre più accidentata.
(Marta Ottaviani ©)

Recep Tayyip Erdogan
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Cartolina
del 25 giugno 2009
Sentenze esemplari
Certo tutto si potrà dire ma non che i giudici turchi non abbiamo fantasia. Il Paese della Mezzaluna negli ultimi giorni è stato colpito da due sentenze quanto mai singolari, che se all’inizio possono fare sorridere, nascondono anche un grandissimo valore educativo.
A Kastamonu, non lontano dalla costa del Mar Nero, un giudice donna ha punito un marito che picchiava la moglie con la condanna a distribuire 1000 volantini in cui chiedeva scusa alla donna per tutto il male che le aveva fatto.
Ma la capitale dei provvedimenti strani, anche se quando mai giusti, resta Diyarbakir, città a maggioranza curda nel sud est del Paese. Un marito infatti, come troppo spesso succede nel Paese, picchiava sua moglie e lei lo ha denunciato. E per tutta risposta il tribunale di Diyarbakir, ha deciso che il colpevole dovrà regalare alla sua consorte fiori per 5 mesi, acquistati a cadenza settimanale. La strana e romantica sentenza viene resa nota del quotidiano Zaman.
Il reo si chiama Hayrettin Cetintas ed era accusato di percosse ai danni della consorte. In aula il marito poco virtuoso si era difeso dicendo che picchiava la moglie perché non adempiva ai suoi obblighi coniugali. L’uomo era così poco soddisfatto dal suo matrimonio che aveva anche preso una seconda moglie, sposata con il rito religioso in moschea (imam Nikahi) che in Turchia non ha alcun valore legale ma solo simbolico.
“Non sarei stato sposato con la mia seconda moglie per molto – ha confessato Cetintas -. Nelle famiglie a volte ci sono dei problemi. Ma la mia seconda moglie è una persona molto aperta e affabile, invece la prima era diventata veramente insostenibile. Lavoro come portinaio la sera torno a casa che sono stanco. Chiedevo a mia moglie di aiutarmi e lei mi rispondeva che se ne voleva andare. Sì posso avere usato violenza nei suoi confronti e in quelli di nostro figlio”.
L’uomo ha poi ammesso che non si ricordava il matrimonio della moglie e nemmeno quando si erano sposati. Da qui l’idea del giudice di condannarlo a comprare dei fiori alla sua sposa legittima almeno una volta alla settimana per 5 mesi. A figlio invece dovrà regalare libri per 5 mesi.
E anche i poligami infine rischiano di vedersela male. Il quotidiani nazionali hanno dato infatti grande evidenza alla notizia pubblicata dal comune di Diyarbakir, che avrebbe deciso di abbassare gli stipendi del 14% a chi viene beccato con più di una moglie.
In Turchia la poligamia è ufficialmente proibita dai primi del Novecento e il matrimonio islamico non viene considerato legale. Tuttavia c’è chi, soprattutto nell’Est del Paese a maggioranza curda, prende una seconda, a volte una terza consorte proprio grazie l’unione religiosa, trovando così un modo per trasgredire le regole.
E così il comune di Diyarbakir ha deciso di intervenire. Le mogli che denunciano i propri mariti per poligamia riceveranno un sussidio e i mariti vedranno ridotto il proprio stipendio del 14%. Lo stesso provvedimento verrà applicato a chi denuncia percosse ai danni suoi o dei figli.
Il provvedimento verrà applicato in via sperimentale fino al 2010 nel quartiere di Yenisehir, ma potrebbe essere l’inizio di una nuova tendenza. Anche nella città di Adana, sempre nell’est del Paese, stanno pensando a un provvedimento simile.
Forse anche nel tanto conservatore est del Paese qualcosa si muove.
(Marta Ottaviani ©)

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Cartolina
del 18 giugno 2009
A letto sì ma con uno solo
Turchi, popolo di conservatori. Lo dice un sondaggio pubblicato dal quotidiano Milliyet, che mostra come in materia di convivenza e gestione della propria vita sessuale, il popolo della Mezzaluna abbia ancora idee piuttosto antiquate e decisamente lontane dagli standard europei.
Il sondaggio è stato condotto dalla A&G su 2466 persone in 35 province del Paese. I risultati sono i seguenti: il 70% è contro la convivenza prematrimoniale, il 19% a favore e il resto indeciso.
Ma il risultato più sorprendente, seppur in negativo, è quello sulla verginità. Il 77,5% delle persone intervistate, tanto uomini quanto donne, ha detto che la donna deve arrivare vergine al momento del matrimonio, l’11% concorda solo in parte e infine un altro 11% si è dichiarato completamente contrario. Come naturale gli uomini sono risultati più sensibili delle donne al tema. Ma la tendenza generale è quella di un grande conservatorismo.
Naturalmente il sesso maschile non è tenuto a una simile auto-conservazione in vista della prima notte di nozze. Solo il 41,2% infatti pensa che la prima volta debba succedere con la propria moglie. Nelle zone più rurali della Turchia entrambi i sessi, in percentuale limitata sono a favore dell’astinenza sessuale prima del matrimonio, intorno al 34%.
Il sondaggio mostra che gli uomini tendono a essere più gelosi delle donne. Il 40,9% ammette la loro gelosia, il 41% dice che dipende dalle circostante e infine appena il 18% dice che non è geloso. Solo il 28,3% delle donne dice di essere gelosa, il 39,3% dice che dipende dalle circostanze e il 32,4% è totalmente indifferente.
Il 53% degli intervistati ritiene che avere figli non influenzi assolutamente l’intesa sessuale con il partner. Più il numero di figli aumenta però, più i risultati della risposta cambiano in senso negativo.
Insomma coppie ancora attaccate saldamente alla tradizione dove il sesso viene ancora finalizzato alla procreazione e visto ancora troppo poco come piacere.
(Marta Ottaviani ©)

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Cartolina
del 5 giugno 2009
Un bicchiere decisamente di troppo
Per il momento è solo un sospetto molto forte, ma se dovesse venire confermato getterebbe più di un’ombra sul Paese. A Manavgat, non lontano da Antalya, il paradiso delle vacanze turco, un uomo che aveva chiesto il soccorso di un’ambulanza non è stato caricato perché puzzava di alcol. Secondo la ricostruzione del quotidiano Hurriyet, il primo ad aver dato la notizia, venerdì scorso un uomo di nome Hasan Odecik, che lavorava come commesso in un negozio, si è sentito male intorno all’una di notte.
Chiamato il 112, il numero con cui in Turchia si avvisano le ambulanze, ha atteso l’arrivo del mezzo. Peccato che poi il medico a bordo dell’ambulanza, di cui sono date solo le iniziali, N.G., abbia detto “Puzza troppo di alcol, non posso prenderlo in ambulanza”. Il giovane ha perso la vita poche ore dopo. Se si tiene conto che la Turchia è un Paese al 95% musulmano, si tratta di una cosa inquietante.
Il ministero della Salute ha aperto un’indagine per verificare che sia stato proprio l’alcol il motivo per cui il medico si è rifiutato di prestare soccorso. Il sindaco di Manavgat, che appartiene al Dsp, il Partito democratico di sinistra, ha avviato un’inchiesta parallela e potrebbe arrivare a chiedere che se ne occupi lo stesso parlamento.
Il medico potrebbe essere denunciato per omissione di soccorso e omicidio colposo. La cosa che fa riflettere è che l’episodio non si è verificato in una remota provincia dell’est del Paese, ma sulla costa meridionale, costantemente battuta dai turisti e dove gli stili di vita sono spesso molto vicini a quelli occidentali.
Hurriyet ha giustamente gridato allo scandalo. Quando succedono queste cose viene da pensare che chi critica Erdogan e lo accusa di voler islamizzare il Paese, forse non ha tutti i torti.
(Marta Ottaviani ©)

Manavgat (credit www.tripwolf.com)
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Cartolina
del 29 maggio 2009
La moschea della discordia
Tornare a Istanbul dopo due settimane passate in Italia a presentare il mio libro Cose da Turchi è stato piacevole, anche per un fatto climatico. Passare dai 35 gradi di Milano ai 22 di Istanbul non mi è sembrato vero.
Peccato che al mio ritorno sono stata travolta dall’ennesima polemica.
Bisogna premettere una cosa. Nulla in Turchia fa litigare come la costruzione di una moschea in un luogo considerato inopportuno. E nessun luogo è più inopportuno di Piazza Taksim a Istanbul, cuore pulsante della città e la sera della movida della megalopoli sul Bosforo. Ebbene nonostante siano passati 32 anni dall’inizio delle polemiche, sembra proprio che stavolta l’amministrazione comunale abbia deciso di portare avanti una volta per tutte la costruzione di una moschea nell’ultimo posto dove la maggior parte della popolazione di Istanbul vorrebbe vederla.
In piazza è già presente un mescit, la stanza da preghiera, più un’altra moschea nelle immediate vicinanze. Eppure sembra che il comune, guidato dall’Akp, il Partito islamico-moderato per la Giustizia e lo sviluppo, l’attuale stanza da preghiera dovrebbe essere demolita e trasformata in moschea di medie-grandi dimensioni, utilizzando anche lo spazio lasciato libero dall’ex deposito dell’acqua sulla piazza.
E c’è già ci si lamenta e non per motivi ideologici. Euyp Muhcu, presidente della Camera degli architetti di Istanbul è seriamente preoccupato. “Vogliono costruire una moschea nell’area dell’ex deposito dell’acqua ma non hanno considerato che quella zona non va bene per ospitare un edificio del genere e soprattutto dovrebbero abbattere anche gli edifici circostanti”.
Adesso si attende solo la firma del sindaco di Istanbul Kadir Topbas. Una volta siglato il progetto ci sarà un mese di tempo per presentare le proprie rimostranze e c’è chi è sicuro che le polemiche saranno molte.
Sembra infatti che anche dal punto di vista urbanistico la costruzione della moschea potrebbe solo essere considerata una iattura per una piazza come Taksim dove il flusso di traffico è sempre molto sostenuto. Qualche anno fa sempre il sindaco Topbas aveva cercato di piazzare una moschea al posto dell’Ataturk Kultur Merkezi, ma non aveva insistito troppo causa le accese proteste della gente.
Come dire che, anche da queste parti, il lupo perde il pelo ma non il vizio.
(Marta Ottaviani ©)

Piazza Taksim (credits: www.istanbulsweethome.com)
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Cartolina
del 7 maggio 2009
Penne scomode
In Turchia si torna a parlare scrittori sotto processo. Questa volta è il turno di Nedim Gürsel, uno degli autori più importanti della narrativa turca. Ieri è iniziato il procedimento che lo vede sotto accusa per aver infranto l’articolo 216/1 del codice penale turco, che punisce l’istigazione all’odio religioso. Rischia da uno a tre anni di reclusione.
Il libro che lo ha fatto finire davanti al giudice si intitola “Le figlie di Allah” ed è uscito in Turchia nel marzo del 2008. Contiene soprattutto racconti sulla vita del Profeta Maometto ed entro breve sarà pubblicato anche in Francia, dove Gürsel risiede da 30 anni. Lo scrittore ieri non era presente all’udienza perché impegnato in una conferenza a Lille. Il suo avvocato Sehnaz Yuzer ha specificato che il narratore ha preferito non partecipare per evitare incidenti all’uscita del tribunale. A denunciarlo è stato un fedele che, lo scorso agosto, ha giudicato il testo un’offesa all’Islam. Gürsel negli scorsi mesi è stato attaccato più volte anche dal quotidiano islamico Vakit. Lo scrittore era già finito davanti a un tribunale turco nel 1981, subito dopo il colpo di Stato del 1980, per il suo primo romanzo “Una lunga estate a Istanbul”, in cui riviveva il periodo della repressione politica e degli interventi dei militari nella vita civile del Paese. Con il procedimento penale era iniziato anche il suo auto esilio dalla Turchia.
Il procedimento contro lo scrittore sta creando più di una polemica nel Paese per due motivi. Il primo è che, nonostante l’attuale governo abbia emendato l’articolo 301, che puniva l’offesa all’identità turca e che ha portato alla sbarra intellettuali come il premio Nobel Orhan Pamuk, il codice penale turco contiene altri articoli che limitano potenzialmente la libertà d’espressione, come Amnesty International denuncia da tempo. Il secondo è che in questo processo rischia di venire coinvolto pesantemente anche l’esecutivo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan. La Diyanet, la Direzione per gli affari religiosi, sotto controllo governativo, ha redatto un rapporto sul libro, accusandolo di blasfemia. Un gesto che non è passato inosservato anche perché l’editore del volume, il Gruppo Dogan, nei mesi scorsi ha avuto momenti di grande tensione con il primo ministro, che sono culminati in un acceso scambio di accuse e con un allarme sulla tenuta della libertà di stampa nel Paese. In molti hanno pensato che il gesto della Diyanet possa essere in qualche modo l’ultima puntata di questo scontro a distanza.
Il processo, poi, arriva in un momento delicato per il premier, che dopo la batosta elettorale alle amministrative di marzo, venerdì scorso ha operato un corposo rimpasto di governo, cambiando 8 ministri. La stampa turca ha interpretato le scelte operate dal primo ministro come un irrigidimento della componente conservatrice. Un governo con uomini più vicini a Recep Tayyip Erdogan, meno al presidente della Repubblica Abdullah Gul. E c’è chi teme anche all’Europa.
(© Marta Ottaviani)

Nedim Gürsel
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Cartolina
del 2 maggio 2009
A Roma si canta, a Istanbul si scappa
I lavoratori turchi vanno a Taksim anche quest’anno. Vanno in quella che potremmo a buon diritto definire la “piazza della discordia” a festeggiare un primo maggio che è ancora pieno di dolore.
Per il terzo anno consecutivo, il prefetto di Istanbul Muammar Guler ha negato l’autorizzazione per fare effettuare il corteo del Primo Maggio a Taksim, offrendo altre zone della città più periferiche e considerate più sicure. La notizia non ha colto di sorpresa le sigle sindacali che hanno fatto richiesta, perché la chiusura di Guler sull’argomento è nota e non ci si aspettava un’apertura nemmeno quest’anno che il Primo maggio sarà dichiarato festa nazionale per la prima volta dal golpe del 1980. La motivazione è stata sempre la stessa: turbamento del traffico e ordine pubblico.
Tre anni fa i sindacati avevano deciso di manifestare a Taksim per ricordare il trentennale del massacro del 1977, quando durante gli scontri con la polizia morirono 36 lavoratori. Da quel giorno la piazza è stata interdetta a manifestazioni organizzate da lavoratori. Il prefetto Guler negò l’autorizzazione anche in quel caso, ma i sindacati decisero di scendere in piazza ugualmente, scatenando la reazione della polizia.
Le principali sigle sindacali adesso temono che la manifestazione avrà lo stesso epilogo dell’anno scorso e di due anni fa, quando migliaia di manifestanti furono sgomberati a suon di manganelli, lacrimogeni e idranti da una polizia inferocita. Di mezzo ci andarono anche un centinaio di giornalisti, che si trovavano lì per fare il loro lavoro e che furono percossi dalle forze dell’ordine riportando in qualche caso ingenti danni anche alle apparecchiature tecniche. L’anno scorso a Sisli, un quartiere del centro di Istanbul la polizia è arrivata a caricare i manifestanti fino alle porte di un ospedale.
Viene da chiedersi se sia più sensato consentire di manifestare in un luogo cercando di mantenere l’ordine o vietarlo sapendo che ci saranno momenti di tensione e che si rischierà il massacro.
Viene da chiedersi se sia democratico vietare a delle persone di ricordare 36 innocenti, che manifestavano per i loro diritti e che avevano come unica colpa quella di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
(© Marta Ottaviani)

Istanbul - Piazza Taksim
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Cartolina
del 24 aprile 2009
Ricordi e speranze
Purtroppo non si può sempre guardare al futuro o parlare di cose allegre. Ogni tanto bisogna anche ricordare ed è per questo che questa settimana la cartolina è dedicata al 24 aprile 1915, data ufficialmente riconosciuta dalla comunità internazionale come data di inizio del Genocidio armeno.
Oggi questa controversa pagina storia alimenta ancora odi e divisioni. La Diaspora armena e parte della comunità internazionale sostiene che le vittime siano state almeno un milione, uccise in modo spietato e premeditato. La Turchia parla di 300mila vittime al massimo, sostanzialmente morte per disgrazia.
Adesso forse c'è un raggio di speranza che potrebbe illuminare questi due popoli. Turchia e Armenia infatti sono pronte a trattare e a trovare una soluzione condivisa o almeno così hanno detto i loro ministri degli esteri questa settimana.
La strada è tutta in salita. Oltre a mediare fra due posizioni che sembrano inconciliabili, Turchia e Armenia devono risolvere un'altra annosa e triste questione, quella del Nagorno Karabakh, una regione a maggioranza armena ma nel cuore dell'Azerbaigian che negli anni Novanta è stata teatro di una sanguinosa guerra.
La buona volontà sembra esserci tutta. Speriamo che sia unita al buon senso e al sincero desiderio della ricerca della verità. Anche per quest'anno si piangono morti in silenzio, ma almeno illuminati da questo raggio di speranza.
(©Marta Ottaviani)

(credits www.armeenseforum.nl) |
Cartolina
del 16 aprile 2009
Tulipani in fiore
La primavera porta con sé molte novità, quest’anno particolarmente gradite, visto l’inverno gelido che tanto Turchia quanto l’Italia hanno trascorso.
A Istanbul tradizionalmente la terza settimana di aprile è dedicata al Lale Zamani, il tempo dei tulipani. Il Governo della megalopoli sul Bosforo da qualche anno ha rispolverato una simpatica tradizione. Nelle parti più belle di Istanbul vengono piantati oltre tre milioni di tulipani, di colori e forme diverse, ossia con foglie tonde o a punta.
Le aiuole vengono composte secondo incantevoli motivi geometrici a creare armoniosi giochi di colori e di profumi.
Il tulipano non è un fiore scelto a caso. Contrariamente a quello che pensano tutti infatti, i tulipani e i loro bulbi non vengono dall’Olanda bensì dalla Turchia, dove vengono piantati sin dai tempi dell’Impero ottomano. La conferma è che nei ritratti di molti sovrani il tulipano compare come simbolo ornamentale.
Il tulipano è presente, in forma stilizzata, anche nel simbolo di Istanbul.
Un modo per ricordare una colorata e piacevole tradizione e che evidenzia uno dei modi più gradevoli del nazionalismo turco.
(© Marta Ottaviani) |

(credit http://atcp.com.au/?page_id=302) |
Cartolina
del 10 aprile 2009
Raggi di speranza
Certo, in Turchia una visita come quella del Presidente americano Barack Obama, che si è conclusa la scorsa settimana, ci voleva proprio. L’arrivo del numero uno della Casa Bianca è stato vissuto con grande trepidazione dal popolo della Mezzaluna e anche in mezzo a misure di sicurezza imponenti.
Ma la cosa più bella, per chi era qui, è stato vedere come al nervosismo della vigilia e dell’attesa si sia sostituito il sorriso, la distensione e l’ottimismo che il presidente ha comunicato con il suo discorso. Turchia al settimo cielo quindi ma Europa molto contrariata.
A Francia e Germania non è proprio piaciuto come il presidente Usa abbia spinto la candidatura del Paese della Mezzaluna per entrare a far parte del club di Bruxelles.
Eppure il discorso del presidente non si è fermato solo a quello. Ha parlato di pace e fratellanza, ha teso una mano al mondo musulmano, insomma ha voltato alto. E per farlo non ha scelto un Paese europeo nel senso stretto del termine ma uno che in Europa vorrebbe entrare e che è per il 95% musulmano.
Un segnale forte, che voleva dire che forse è venuto il momento di dare a questo mondo un ordine nuovo. E soprattutto finalmente qualcuno forse ha avuto l’onestà intellettuale di dare alla Turchia l’importanza che merita, riconoscimento che da Bruxelles non è ancora arrivato forse anche per un discorso di uno stranissimo provincialismo, che alla fine la danneggerà.
Insomma Obama agisce da grande attore globale, l’Europa, che sarebbe anche più vicina alla Turchia, fa come le stelle: sta a guardare.
(© Marta Ottaviani) |

Erdogan e Obama |
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Cartolina
del 26 febbraio 2009
Diritti a due velocitA'
Fra i tanti problemi irrisolti della Turchia Moderna c’è
sicuramente quello della minoranza curda, che consta di
circa 15 milioni e che da anni chiede al governo turco
riconoscimenti linguistici e culturali che gli sono
sempre stati negati. Il problema è che una parte di
loro, il Pkk per la precisione, ha abbracciato la lotta
armata, venendo a creare una situazione di conflitto
permanente con il governo di Ankara che dura da 30 anni,
con torti e ragioni da entrambe le parti.
Il premier Erdogan ha promesso sostanziali riforme nella
prossima revisione della Carta Costituzionale che
teoricamente dovrebbe vedere la luce entro il 2009.
Attualmente i cittadini curdi hanno gli stessi identici
diritti di quelli turchi. E dal primo gennaio ha
iniziato le trasmissioni il sesto canale della
televisione di Stato turca, la Trt, che avvengono
completamente in curdo. Un passo storico, rovinato però
da segnali negativi, a dimostrazione di come in questo
Paese la contraddizione sia spesso di casa.
A dicembre l’ex deputata curda Leyla Zana è stata
condannata a 10 anni per affiliazione e propaganda del
Pkk, ma molti nel Paese pensano si tratti solo di un
reato d’opinione. Si tratta di un giudizio di primo
grado e la Zana ha già fatto sapere che ricorrerà in
appello. La donna è già stata in carcere per oltre 5
anni negli anni Novanta per questo motivo. Negli ultimi
due mesi altri due leader curdi sono stati giudicati
colpevoli di sostenere l’organizzazione terroristica.
Decine di intellettuali turchi e curdi stanno facendo
circolare una petizione per sensibilizzare l’opinione
pubblica e la magistratura perché la gente venga
giustamente perseguita legalmente per reati sostanziali
e non d’opinione.
Purtroppo per il momento non sembrano aver ottenuto
molto successo. Questa settimana infatti il parlamento
turco è stato sconvolto da un colpo di scena. Nel cuore
dello stato laico e unito fondato da Mustafa Kemal
Ataturk, Ahmet Turk, il capogruppo del Dtp, il Partito
curdo per la società democratica, stava tenendo il
consueto discorso del martedì, quando dal turco ha
improvvisamente iniziato a parlare in curdo.
La Trt, la Tv di Stato turca appunto, ha interrotto
immediatamente la diretta, motivando il taglio della
programmazione nel seguente modo: “La Costituzione e la
legge sui partiti politici proibisce l’utilizzo di
lingue che non siano quella turca. Per questo abbiamo
dovuto togliere la diretta. Ci scusiamo con gli
spettatori”.
Si è trattato della prima volta dai tempi di Leyla Zana,
negli anni 90, che un deputato curdo parlava nella
propria lingua madre. Interrogato dai giornalisti, Turk
ha motivato il suo gesto così: “Volevo parlare di
fratellanza fra persone che parlano lingue diverse”.
Negli ultimi tempi i rapporti fra il Dtp e l’Akp, il
partito della Giustizia e lo sviluppo del premier
Erdogan, sono peggiorati considerevolmente soprattutto
da quando è stato inaugurato il sesto canale della Trt.
Molti deputati del Dtp hanno accusato Erdogan di aver
agito solo a fini elettorali, per procurarsi nuovi
consensi alle prossime elezioni locali del 29 marzo.
Sembra quasi che il partito curdo sia geloso di quello
al governo perché ha portato avanti iniziative a favore
di una minoranza che lo ha votato relativamente in
passato e che potrebbe votarlo in massa in futuro. Viene
da chiedersi se queste polemiche sterili facciano
veramente bene al popolo curdo o se forse il Dtp non
farebbe meglio a occuparsi delle due velocità a cui
viaggiano i diritti di questo popolo nel Paese.
(© Marta Ottaviani) |
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Bambini curdi
(dal sito:
http://www.spu.edu/) |
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Cartolina
del 20 febbraio 2009
Messaggi
interrotti
Segnali contrastanti dalla Turchia, su uno degli
argomenti più nevralgici per il Paese: il genocidio
armeno. Storie di lutto, dolore e soprattutto verità
storica mai chiarita. Da una parte l’Armenia, la
Diaspora Armena e la comunità internazionale dicono che
nel 1915 un milione di persone furono uccise dalle
armate ottomane in modo premeditato e vorrebbero vedere
l’eccidio riconosciuto come “genocidio”. La Turchia nega
e si rifiuta di appoggiare il riconoscimento dicendo che
i morti non furono più di 350mila e che non furono
uccisi in maniera sistematica.
Su questo argomento non si è mai fatta la chiarezza
sufficiente, anche per quanto riguarda il ruolo delle
potenze straniere nella faccenda. Il risultato è quasi
un secolo di lacerazione. Negli armeni che vorrebbero
vedere riconosciuto quello che è stato patito dal loro
popolo. Per i turchi, che con gli avvenimenti del 1915
non hanno nulla a che vedere, ma che pagano ancora le
conseguenze, che derivano soprattutto dal giudizio
internazionale sugli eventi e vengono esacerbate
dall’ultranazionalismo connaturato a questo popolo, che
così reagisce spesso con chiusura e astio a qualsiasi
tipo di discussione sull’argomento.
La Turchia chiede da tempo la costituzione di una
commissione di storici per appurare come andarono
realmente i fatti. Ma l’opinione della comunità
internazionale è che Ankara in queste occasioni faccia
di tutto per propagandare le sue tesi negazioniste.
Negli ultimi giorni la Turchia si è trovata davanti
contemporaneamente a due messaggi, uno positivo, l’altro
negativo, che fanno ben capire come questo Paese viva in
una condizione di costante bilico.
A inizio settimana è arrivata la notizia che l’Istituto
per l’Alta istruzione turca ha dato il via libera per la
creazione di due facoltà di lingua e letteratura armena
nel Paese della Mezzaluna. E questo avverrà non nella
moderna e cosmopolita Istanbul, ma e Nevsehir e Erciyes,
nell’Anatolia centrale.
Un raggio di speranza a cui proprio in questi giorni si
è contrapposta una notizia che lascia veramente ben poco
a che sperare. Un gruppo di 500 intellettuali armeni
infatti ha inviato una lettera la premier Erdogan
esprimendo la loro preoccupazione per un video trasmesso
nelle scuole elementari e che racconta una versione
molto diversa da quella accettata storicamente e cioè
che furono gli armeni a massacrare i turchi. Sembra che
il video sia stato distribuito dal Partito per la
Giustizia e lo Sviluppo (Akp) attualmente al governo e
di orientamento islamico-moderato. Lo stesso che sta
cercando di ricucire i rapporti con Erevan dal punto di
vista diplomatico, anche in vista della futura mappa
dell’energia che nascerà nei prossimi anni e che avrà
nel Caucaso proprio uno dei nodi principali.
Viene spontaneo chiedersi perché si creino facoltà di
lingua e letteratura armena se poi si cerca di favorire,
fin dall’infanzia, contrapposizione se non addirittura
odio. Ci si chiede anche, ogni tanto, se la Turchia e i
turchi riescano a percepire che prezzo stiano pagando
per difendere strenuamente la loro identità nazionale.
Che cosa si intenda poi per identità nazionale è ancora
tutto da chiarire.
(© Marta
Ottaviani)
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Costantinopoli - Il porto |
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Cartolina dell'11 febbraio 2009
UN'ATTESA PIENA DI... POESIA
L'attesa dell'autobus, si sa, è sempre foriera di
nervosismo e stress, che crescono esponenzialmente in
base alla grandezza della città in cui si aspetta il
servizio pubblico e soprattutto la sua viabilità.
Nonostante i grandi sforzi messi in campo dalla Istanbul
Büyükşehir Belediyesi per migliorare l'urbanistica della
città con un'imponente sistema di strade sotterranee, i
lavori non finiranno prima del 2011, quindi, fino a quel
momento, il Comune ha pensato di placare le ire dei
cittadini in un modo decisamente intelligente e che
forse potrebbe essere copiato anche in Italia.
Alle fermate di metrotramvie, metropolitane e traghetti
infatti è possibile vedere panchine color crema a forma
di libro. Poi, quando ci si avvicina, si scopre che su un
lato sono stampate delle poesie. Ce ne sono centinaia in
tutta la megalopoli su Bosforo e riportano i versi dei
poeti più famosi della poesia turca. L'iniziativa è
partita da una parte per rendere meno fastidiosa
l'attesa dei mezzi, dall'altra per avvicinare alla
poesia turca la gente.
C'è Mehmet Akif Ersoy, una pietra miliare della poesia
turca, già autore dell'Istiklal Marş, inno
nazionale del Paese della Mezzaluna.
C'è Orhan Veli, autore della celeberrima poesia “Istanbul'u
Dinliyorum” che tradotta suona come “Ascolto la
voce di Istanbul”
C'è Ahmed Haşim, uno dei nomi più importanti della
poesia ancora di epoca romana.
Ma soprattutto c'è Nazim Hikmet, grandissimo poeta
turco, noto per i suoi componimenti d'amore e purtroppo
anche per i suoi guai con la giustizia, che lo portarono
a morire in esilio a Mosca nel 1963, dopo aver perso la
cittadinanza turca e acquisito quella polacca.
La sua colpa era quella di avere osteggiato il governo
di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore dello Stato moderno
negli anni 20 del Novecento e di nutrire anche aperte
simpatie comuniste.
Proprio di recente il governo islamico-moderato di Recep
Tayyip Erdogan, che si ripropone di portare la Turchia
in Europa ma che al tempo stesso viene accusato
dall’opposizione di voler islamizzare il Paese, ha
deciso di restituire, postuma, la cittadinanza al poeta.
Alcuni dicono che la salma di Hikmet, che attualmente si
trova al cimitero Novodevichy, a Mosca, potrebbe tornare
in Turchia per riposare finalmente a casa.
Insomma,
sembra che la poesia nel Paese della Mezzaluna, non sia
solo un modo per stemperare l’attesa di un autobus, ma
anche un modo per riconciliarsi con un passato non
sempre facile da affrontare. Tanto vale provarci con la
bellezza di un verso.
(© Marta Ottaviani)
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stagione 2009/2010 =vai==>
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sabato 16 maggio alle ore 18 e 30 in Libreria Gabi
avrà luogo la presentazione del libro
Cose da turchi
di Marta Ottaviani, edizioni Mursia
Sarà presente l'autrice e Giovanna Pensabene, giornalista del TG2
I N G R E S S O L I B E R O
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Marta Ottaviani, Cose da
Turchi,
pp.264 - € 17,00 - Editore Mursia |

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e Flaminia Paolucci Mancinelli
(giornaliste iscritte all’Ordine dei Giornalisti Nazionale)
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Autorizzazione del Tribunale di Milano n°47 del
3-02-2004
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