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 Il Tempio di Diana Nemorense a Nemi  

«Chi non conosce il famoso quadro di Turner Il Ramo d’oro?
La scena, soffusa da quell’aurea, sognante luminosità con cui il genio divino di Turner impregnava, trasfigurandolo, anche il più splendido paesaggio della natura, ci offre una visione onirica del minuscolo lago di Nemi, in mezzo ai boschi – Specchio di Diana, lo chiamavano gli antichi. Chi ha visto quelle acque tranquille, incastonate nella verde conca dei colli Albani, non potrà mai dimenticarle. I due tipici paesini italiani che sonnecchiano sulle sponde, e il palazzo, anch’esso tipicamente italiano, con i suoi
giardini degradanti che

Il Lago di Nemi di J.W.Turner

scendono a picco fino al lago, non disturbano il fascino immoto, addirittura desolato, del panorama. La stessa Diana potrebbe ancora indugiare su quel lido deserto e vagare ancora per quei boschi selvaggi.(…) Sulla sponda settentrionale del lago, proprio sotto i dirupi scoscesi ai quali si aggrappa la Nemi odierna, sorgevano il bosco sacro e il santuario della Diana Nemorensis, la Diana dei Boschi.
Sia il lago che il boschetto erano talvolta chiamati lago e boschetto di Aricia. Ma la cittadina di Aricia (la moderna Ariccia) si trovava in realtà a circa tre migli di distanza, ai piedi del monte Albano, e uno scosceso pendio la separava dal lago adagiato sul fondo di un piccolo cratere, sul fianco della montagna. (pag. 20)»


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«E’ ancora possibile ricostruire alcuni degli aspetti principali del culto della Diana Nemorense. Dalle offerte votive ritrovate in loco, è apparso chiaro che la dea era vista essenzialmente come cacciatrice ma anche come divinità che concedeva la prole agli esseri umani e un parto facile alle madri. Sembra anche che il fuoco fosse elemento preponderante del suo rito. Infatti, durante la festa annuale che si celebrava il 13 agosto, nel periodo più caldo dell’anno, il boschetto era illuminato da una miriade di torce il cui bagliore si rifletteva nelle acque del lago; e in tutto il territorio italico ogni famiglia celebrava quel sacro rito. Statuette bronzee ritrovate nel recinto, raffigurava la dea che regge una torcia nella mano destra alzata; e le donne le cui preghiere erano state esaudite, si recavano inghirlandate, e con una torcia accesa,  al  santuario per sciogliere il voto.

Uno sconosciuto dedicò una lampada perenne in un piccolo santuario di Nemi per la salute dell’imperatore Claudio e della sua famiglia. Le lampade di terracotta scoperte nel boschetto erano forse state offerte allo stesso scopo, per gente più umile. Se così fosse, sarebbe evidente l’analogia con l’usanza cattolica di accendere le candele benedette in chiesa. Inoltre l’appellativo di Vesta conferito alla Diana di Nemi, indica chiaramente l’esistenza di un fuoco perennemente acceso nel santuario. All’angolo nord-orientale del tempio, un ampio basamento circolare appoggiato su tre gradini e recante ancora traccia di un pavimento a mosaico, probabilmente sorreggeva un tempio, anch’esso circolare, dedicato a Diana nella sua eccezione di Vesta, del tutto simile al tempio circolare di Vesta nel Foro Romano. Sembra che anche qui il fuoco sacro fosse custodito da vergini vestali; sul luogo, infatti, è stata ritrovata la testa in terracotta di una vestale e pare che, dai tempi più antichi fino ai più recenti, il culto di un fuoco perenne accudito da fanciulle sacre fosse diffuso in tutto il Lazio. Inoltre, durante la festa annuale della dea, i cani da caccia venivano inghirlandati e non si molestavano gli animali selvatici; in suo onore, i giovani celebravano una cerimonia purificatrice; si recava il vino e il banchetto consisteva in carne di capretto, dolciumi bollenti serviti in foglie di vite, e mele ancora attaccate in grappoli al loro ramo.»
(pp. 22-23)
«Possiamo concludere che il culto di Diana nel suo recinto sacro di Nemi avesse enorme importanza, e risalisse ad epoche immemorabili; che essa fosse adorata come dea dei boschi e delle creature selvatiche, forse anche del bestiame domestico e dei frutti della terra; che la si ritenesse dispensatrice di prole all’umanità e di aiuto alle partorienti; che il suo fuoco sacro, accudito dalle vergini, ardesse perennemente in un tempio circolare all’interno del recinto. » (pag. 28)
James G. Fraser

Il passo citato appartiene alla celebre opera di James G. Fraser Il ramo d'oro, Studio sulla magia e sulla religione, (edito in italiano dalla Newton Compton ), nella quale l'autore scozzese narra la vicenda del Rex Nemorensis ovvero ciò che sopravvisse all'epoca dell'antica Roma di un antico culto pagano. Questo Re era un sacerdote del Tempio di Diana nemorensis; egli regnava per i boschi circostanti fino a quando, invecchiando, non era più consono a quel ruolo.

A quel punto veniva sfidato da un aspirante alla successione che, dopo aver strappato un ramo di vischio lo affrontava in duello, e in caso di vittoria dopo averlo ne prendeva il posto, sino al giorno in cui a sua volta sarebbe stato spodestato da quel ruolo. Questa usanza era ancora in essere al tempo dell'imperatore Caligola.
L'opera di Frazer edita originariamente, nel 1890, in due volumi e successivamente, nel 1911-15, in dodici volumi (dei quali l'edizione italiana della Newton è il compendio voluto dall'autore stesso nel 1922), ha il merito di restituirci le atmosfere e gli incanti di un luogo di profonda spiritualità.

Il tempio di Diana Nemorense ha origini che secondo alcuni studiosi risalgono al Neolitico. Sorge sulla riva settentrionale del lago di Nemi, anche se in origine sembra che il culto alla divinità si svolgeva nel nemus (da cui il nome attuale del lago) ovvero nel "bosco sacro" che ricopriva questa parte delle pendici del sovrastante monte.
A questo punto è bene precisare che in origine i primi luoghi sacri dell'umanità furono i boschi, nelle radure che si aprivano tra il fitto della vegetazione e difatti il culto degli alberi è presente in tutte le culture europee;  tra i Celti, ad esempio, era professato il culto delle querce del vischio dei Druidi. Come non manca di sottolineare Frazer: "(i Druidi avevano) la convinzione che quella pianta non solo era stata colpita dal fulmine, ma recava fra i suoi rami una emanazione visibile del fuoco celeste." Ma proprio nel bosco adiacente il lago di Nemi si ritiene possa essersi tenuti i più antico culti dell'Italia primordiale.
E' interessante aggiungere che anche in Grecia vi erano tradizioni cultuali simili: a Creta, sin dal 1500 a.C., era venerata una Dea protettrice dei boschi e delle montagne.

Sembra che in origine il Santuario fosse collocato più in alto e che solo nel V secolo a.C., a seguito della realizzazione dell'Emissario, la sua collocazione venne spostata dove si trova oggi. Al tempo di questa edificazione la sua architettura era di tipo etrusco-italico, possedeva quindi una struttura di legno ricoperta di terracotta; altri rivestimenti erano costituiti da peperino e basalto, materiali diffusi nel territorio circostante. La sua estensione era molto ampia, raggiungeva infatti gli 8-10 ettari.

In seguito - tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C., la struttura fu profondamente ristrutturata, assumendo caratteristiche monumentali; una parte del colonnato fu chiusa allo scopo di realizzare alcune celle "donarie"(per la grande quantità di statue e stele rinvenute al loro interno), e il tempio fu ampliato con vasche per i bagni (forse grazie alla vicinanza con le fonti dedicate alla ninfa Egea, le abluzioni presso questi bagni erano considerati salutari) e con un piccolo teatro.
Tra gli imperatori più attivi nel restauro e nell'abbellimento del Tempio di Diana Nemorense vanno ricordati quelli Giulio-Claudi ma soprattutto Adriano.
Santuario, con il relativo culto per Diana Nemorense fu abbandonato nel IV secolo a.C. quando nell'impero romano si diffuse una nuova religione, il Cristianesimo.


Il lago di Nemi
La sua origine è vulcanica, e quello che oggi occupano le sue acque un tempo era  la sede di due crateri secondari di un grande vulcano. La sua superficie è di 1,6 chilometri quadrati.
Il suo particolare microclima - in generale mite e umido - favorisce lo sviluppo di una flora rigogliosa. Tutt'intorno vi sono boschi di Faggi, Aceri, Lecci e Agrifogli. Vi sono poi essenze quali l'Albero di Giuda, lo Storace, il Carpino e la Marruca. Sulle sponde sono frequenti i Salici e i Pioppi.
Il lago di Nemi ospita una ricca fauna: il Germano Reale e, nel periodo invernale, diverse specie di uccelli acquatici quali Folaghe, Cormorani e Svassi Maggiori;  tra la vegetazione della riva si possono incontrare anche Gallinelle d'acqua. Tra le particolarità non sono rari l'Aquila reale, la Poiana, l'Upupa, il Picchio verde, la Poiana e il Cuculo.


Diana
La Dea cui è stato dedicato il Tempio di Nemi è Diana, una divinità che ha origini latine con forti legami con le popolazioni indoeuropee; il suo nome è legato alla luce, Dia, ed era venerata come divinità trina assumendo   l'aspetto di Dea dei boschi e della caccia con il nome di Diana-Artemide, e come Dea degli Inferi chiamandosi Ecate e come protettrice dei parti con il nome di Lucina. Questa sua trinità ne faceva punto di congiunzione della  Terra e della Luna per personificare il Cielo (in opposizione a Ecate, la Dea cui era riservato il mondo dei morti).
Citando ancora Frazer, questa volta dall'opera maior, scopriamo che Diana era correlata al culto della Luna piena, alla "gialla luna piena d'agosto" e questo con il preciso intento di rappresentare con la "maturità" del satellite, la capacità della donna di procreare e la sua funzione originaria di protettrice delle partorienti.
Il suo animale sacro era il cervo, mentre secondo altri si trattava della mucca.
  

A proposito del rapporto esistente con la dea greca Artemide occorre precisare che questa, invece, era correlata con la Luna crescente di due/tre giorni di età e questo perché la divinità era considerata la protettrice delle fanciulle vergini o in età puberale; per questa ragione poi, sia ad Artemide (ma anche  a Diana) venivano consacrate le bambine che avevano sette anni di età. Il simbolo di Artemide era rappresentato dalla sottile falce della Luna crescente e l'animale a lei consacrato era la cerbiatta.
C'è da evidenziare, inoltre, che sia gli Etruschi che i Romani credevano che Diana fosse un modo locale di chiamare la dea Artemide.
La radice etimologica di Dina è molto interessante, noi l'abbiamo tratta dal Dizionario Etimologico  Online realizzato sul
Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani,   (www.etimo.it):
«Diàna =  lat. DIÀNA per DIVÀNA (=sscr. DIVAN giorno, DÈVANA splendore) dalla radice sscr.  DIV   splendere, brillare, ond'anche DEUS Dio, dies , dives ricco , ed ha il senso di luminosa, corrispondente a quello di Lucifero, che in antico le veniva pur dato (v. Dio  e).
Nome della luna deificata, il quale talora fu attribuito alla stella di Venere che brilla presso al levar del sole; e quindi anche usato nel senso di Alba, Aurora, Sveglia.»

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