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Spazio Iran   
I fatti di questi giorni... scusate, la tragedia di questi giorni per tanta parte del popolo iraniano, non può lasciare indifferente una civiltà. Se tale vogliamo ancora considerarci, dobbiamo reagire al silenzio delle nostre classi dirigenti. Noi lo facciamo nel modo che ci è congeniale: ampliando e diffondendo la comunicazione di quanto accade.
Se condividete questa nostra piccola e modesta azione, non esitate a linkarci ai vostri amici/conoscenti.

come potete immaginare alcune immagini sono molto violente, visione per un pubblico adulto. grazie

 
 
 
   
 
                                                      


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     Testamento biologico: Voto dopo le europee. Vergogna!

       Leggo sull’Ansa di oggi - giovedì 26 febbraio alle ore 14,50 - la seguente notizia: Testamento biologico, appello bipartisan, DDL dopo le europee. Proseguo nella lettura e scopro che a richiedere il rinvio della discussione sul testamento biologico tra gli altri vi sono Enzo Bianco, Lamberto Dini e… Emma Bonino. E questo proprio non me l’aspettavo, la radicale, Emma, mia compagna di lotta in tante battaglie per di diritti civili che chiede il rinvio…
Con il passare degli anni sono diventata diffidente e allora mi vien da pensare che la richiesta di rinvio serva ad evitare scontri e chiarimenti che potrebbero aprire occhi, orecchie e menti degli elettori… e tali prese di coscienza potrebbero anche spingere i suddetti elettori a valutare e, magari, modificare il loro voto.
E allora tutti compatti e uniti i nostri politicanti prima ci chiedono di votare, così non rischiano la poltrona, e poi, forse, si potrà anche discutere… tanto il voto lo avranno già incassato!
Vergogna, vergogna, vergogna.
Sibilla

Sei gay?

Dolorosamente tragica e, per un verso, incoerente la posizione assunta dalla Chiesa.
L’incoerenza sta nell’evidente contraddizione rispetto al concetto stesso di cristianità. Questa parola non dovrebbe contenere in sé, tra le altre cose, anche e soprattutto i significati di carità e rispetto per la vita umana? Come può la Parola di Cristo autorizzare l’assassinio? La Chiesa condanna il suicidio. La Chiesa condanna l’aborto. La Chiesa condanna l’eutanasia. Insomma, la Chiesa si pone contro la morte “non naturale”: un costante e continuo inno alla vita sempre e comunque!. Ma quella stessa Chiesa interviene con forza e sfrontatezza per ammonire e impedire di tutelare le vite delle donne lesbiche, degli uomini gay, delle persone transgender e transessuali. Allora, i conti non mi tornano. Perché la Chiesa autorizza la morte? Perché nega il messaggio di Cristo? Com’è possibile che assuma una posizione così contraria all’amore per il prossimo? Perché considera inutile e insignificante la vita di quelle persone? Perché sceglie si salvare alcune vite e buttarne via altre? La risposta, dice la Chiesa (e qui risiederebbe il lato “coerente”), sta nel fatto che l’omosessualità è considerata “abominio” (già in alcuni passi del Levitico e del Deuteronomio), quelle persone sono “peccatori contro natura” (San Paolo docet) e, aggiunge, seguendo un’arcaica tesi scientifica che la scienza ormai non considera più valida, sono persone “malate”.

Un altro modo dell’amore può portare alla morte legalizzata. Triste idea che, a mio parere, di cristiano non ha proprio nulla. E chissà cosa ne pensano le persone che credono nella Parola di Dio. I fedeli possono accettare l’autorizzazione alla repressione e alla violenza? Non mi pare cristiano utilizzare la religione come un’arma, per opprimere ora un gruppo, ora un altro. Spesso i pregiudizi e le condanne emesse da parte della religione cristiana nei confronti delle minoranze, in questo caso sessuali, ha radici politiche, più che relative alla dottrina religiosa vera e propria, una politica strettamente legata alla conservazione del potere e del controllo.  

L’assordante silenzio e la mancata azione da parte delle istituzioni e degli intellettuali a questo proposito, sono figli dell’ipocrita codardia diffusa nel nostro paese. non devi andare contro il pensiero della Chiesa, solo qualche volta, ma senza esagerare! L’influenza della Chiesa sui discorsi che riguardano le differenze sessuali, è ancora fortemente determinante, attraverso il marchio di amoralità E proprio la “questione omosessuale” rimane ancora e sempre un tema particolarmente tabù. Ogni tanto, “a volo d’uccello”, se ne prova a discutere. ma è un argomento che imbarazza tanto la destra quanto la sinistra delle parti politiche. Il nostro è un paese con un senso“bizzarro” di civiltà: viene votata a maggioranza una legge che tutela la vita degli animali e, giustamente, punisce chi li maltratta, ma non riesce ad approvare una legge che punisca l’omofobia e, dunque, tuteli la vita di esseri umani. In questo clima di silenzio e censura, si continua a tramandare ed, anzi, a sostenere l’ignoranza, intesa come mancanza di conoscenza. Il non sapere porta inevitabilmente a credere negli stereotipi che formano l’immaginario collettivo sulle relazioni non-eterosessuali, che sono, prima di ogni altra cosa, legami d’amore.

Siamo davvero all’anno zero. Cosa stiamo insegnando ai nostri figli?
Pina Labanca                                                                                                                          5 dicembre 2008

   

Il dono della Speranza

America = mecca del consumismo. America = agglomerato d’etnie diverse e distanti. America = potenza politica. America = il mito. Il sogno. Questa America conosco io, questa America si limitano spesso a farci conoscere. Troppo spesso. Ad essere sincera non so se ci sia dell’altro, se l’America sia altro. Quello che so è che non amo i miti, almeno non quelli di oggi, non quelli costruiti ad uso esclusivamente politico e non amo il mito americano. Preferisco l’antimito, preferisco andare a guardare cosa c’è dietro, cosa c’è sotto, oltre la cenere quando il mito crolla. Preferisco credere che un paese lo fa il popolo, prima che chi lo governa. Lo fa la gente che contesta, prima di quella che si fa mettere a tacere. L’America è un paese fatto in questi anni dalla gente che muore in guerra, anzi, no, in missioni di pace. Dalla gente che accetta il rischio di morire come unica possibilità di costruirsi una vita decente, dalla gente che muore perché convinta che è nella guerra la salvezza, o muore semplicemente perché si è lasciata convincere. Perché gliel’ hanno fatto credere. Personalmente ritengo che l’America sia fatta anche di gente che fino ad oggi ha contestato, ha gridato, è scesa in piazza, ha reclamato un futuro diverso. In questi anni soprattutto. Io sono convinta che questa gente esiste ed è una moltitudine, solo che non ce l’hanno fatta mai vedere. Non ha avuto voce, almeno non tale da arrivare fino a noi.
Fino a ieri. Perché, forse, Obama entrerà nella storia grazie al voto di questa gente che non è mai entrata neanche negli schermi del mio televisore. Mi piace pensarla così. E Obama? Politicamente non lo conosco ma ciò che spero, o forse solo ciò che gli auguro e auguro alla gente che lo ha votato è che faccia un funerale decoroso ed all’altezza di quello che è stato il mito americano e forse non cada neanche nell’inganno dell’antimito, ma semplicemente dia voce alla gente che lo ha immolato alla storia e che sia all’altezza dei tempi. O quantomeno ci provi. Con coscienza. Con responsabilità. Con impegno. Basta questo per rendere grande un uomo.
Laura F.   
                                                                                            5 novembre 2008

Non credo ai miracoli, perchè non esistono, non credo tutto sommato neanche al dono della speranza, perchè credo sia una dote. La speranza.
Un pò come saper disegnar bene o cucinare in maniera succulenta.
Puoi provare, studiare, magari imparerai, ma il grande artista e il grande cuoco hanno sempre "la mano".
ho capito che in cucina e nella vita bisogna credere ai fatti.

Il fatto è che Obama ha vinto.

Il fatto è che Obama è un uomo di colore.

Fossi ancora un’ideologica e ideologizzata ragazza, quasi mi commuoverei.

Il fatto è che ancora un po’ mi commuvo.

Solo un po’.

Mi ritengo soddisfatta, sono contenta che they abbiano detto can.

Detto questo, tocca aspettare ancora 75 giorni, e almeno 4 anni per fare un bilancio.

Altro fatto sostanziale sono i dubbi che ancora ho.

Non ho ben capito cosa farà con l’Iraq, cosa farà con l’Afganistan, cosa farà con l’economia che crolla.

Magari l’ennesimo fatto è solo che solo male informata.

…ma non guarderei  come ho sentito fare alla vittoria come al riscatto degli schiavi delle piantagioni di cotone, perché davvero detesto ridere delle puttanate, mi piace ridere delle cose che abbiano senso logico e sottili metafore.

Samanta Sorrentino
                                                                                               
5 novembre 2008

 

L’aspetto più evidente dell’elezione di Barack Obama è sicuramente l’estensione dello spazio del possibile in quanto possibile. La speranza che quest’uomo rappresenta dice davvero che “si, noi possiamo”. “Si, NOI possiamo”. E il noi vale in due significati: come comunità e come tu, tu, tu e anche tu… tutti possono e tutti insieme possiamo. È la restituzione di una speranza collettiva e individuale che potrebbe (e speriamo sia così!) estendersi globalmente. Obama diventa simbolo di cambiamento: la sua elezione come Presidente dello Stato più potente del mondo è cambiamento, è egli stesso un segno manifesto di cambiamento. L’uomo con una differenza, una differenza che è costata (e costa ancora) lotte verso i pregiudizi di inferiorità, è il Nuovo Presidente degli Stati Uniti. Stiamo davvero vivendo un momento storico fondamentale, siamo davanti ad una svolta, un importante punto a favore della civiltà e del progresso umani e politici, dal quale non si può tornare indietro e, questa volta, per fortuna! Questa si che è una democrazia esportabile. Adesso abbiamo la speranza di guardare avanti e sperare che si, un altro mondo è possibile.
La popolazione americana, eleggendo un uomo nero, ci ha dato un’altra lezione di civiltà, ma nello stesso tempo anche di contraddizione: nel momento in cui elegge l’uomo con la pelle nera e dà speranza anche di superare il significato negativo di “diversità”, toglie, con un altro voto (e, forse, anche con lo stesso a Obama), la speranza a donne e uomini con altre differenze. Lo spazio del possibile può essere ancora modificato e ampliato, nel rispetto umano e politico di tutte le minoranze.
Pina Labanca                                                            7 novembre 2008
 

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      «== continua da =               Eluana... e noi

        E’ questo che secondo l’umano raziocinio non occorre mai dimenticare quando si parla di questa dolorosa vicenda. Ascoltando gli interventi di esperti, specialisti e opinionisti – che in questi giorni si sono accavallati da uno studio televisivo a uno radiofonico – alcune affermazioni mi hanno colpita dimostrandomi ancora una volta la strumentalizzazione che alcuni sono consueti fare di ogni accadimento, anche il più personale e privato, cioè la scelta di un essere umano sulla modalità del suo “fine vita”. 

        Per spiegarmi meglio e per evidenziare sino a qual punto fossero ipocrite le ragioni sostenute da coloro che hanno cercato di opporsi al diritto degli Englaro, sono costretta a riportare un dettaglio sgradevole ma scientificamente  importante: il cervello di Eluana Englaro – durante questi 17 anni di coma –, cessando le sue funzioni, si era ridotto sino ad assumere le dimensioni di un pugno… Ed è di fronte a questa realtà crudele ma scientifica, assolutamente indiscutibile, che si arresta la possibilità di qualsiasi obiezione. Questo dato medico spiega, in modo incontrovertibile, che Eluana non avrebbe mai più potuto uscire dal suo stato vegetativo né tornare a vivere – dato che non consideriamo “lo stato vegetativo perenne” una condizione di esistenza umana. Coloro quindi che dichiarano “Non ci è stato permesso di salvarla” o che gridano “Eluana è stata condannata a morte”, dovrebbero prima di tutto fermarsi a considerare quale sia per loro il significato di “vita”.

       Vi sono varie modalità di questa condizione, ed ognuno di noi può anche decidere di vivere ai limiti dell’umana sopportazione; malattie, handicap, menomazioni possono far parte della nostra esistenza, ma quando uno di noi, in condizione di “coscienza” decide di vivere nonostante queste mutilazioni lo fa appunto per sé, assumendosene il dovere e il diritto; non vi è al di sopra di lui uno Stato/padrone che stabilisce quale livello di vita è accettabile e sopportabile, quale livello di esistenza possa essere vissuta e quale rifiutata. E’ l’individuo stesso che così come può decidere di fare il clochard può stabilire di condurre avanti la sua esperienza terrena nonostante un handicap invalidante o rifiutarsi di farlo mettendo fine a tutto con il suicidio. Per fortuna non siamo più all’epoca della “Santa Inquisizione”, quando colui che veniva reputato colpevole di tentato suicidio, veniva messo a morte dai tribunali dello Stato della Chiesa.

        Ad Eluana, invece, l’incidente che l’aveva resa inferma aveva tolto anche la coscienza di sè.  Ed è proprio la coscienza che determina la nostra umanità, e la vita per noi esseri umani è questa non altra. Per specie biologica infatti ci appartengono l’esistenza vegetale e animale, ma la nostra essenza di esseri umani ci è data dalla coscienza. Così la giovane donna perse, agli occhi della Legge, il diritto di decidere di se stessa e per se stessa. E suo tutore fu nominato il padre. Ma un tutore può decidere di rifiutare l’accanimento terapeutico e scegliere per un altro l’eutanasia?

        No, per le nostre Leggi questo non è possibile… E Beppino Englaro ha potuto liberare sua figlia solo dimostrando che Eluana era contraria a queste pratiche mediche…

        Definito questo primo punto, occorre chiarirne un altro con altrettanta  onestà e sincerità. Fino a dove può arrivare la Legge di uno Stato nel determinare/regolamentare l’agire di un suo cittadino? E quale limite è posto a una religione affinché non imponga il proprio credo ai laici cittadini in uno Stato laico?
        Vi è un momento nel quale l’essere è libero di scegliere il proprio destino?
        Per un essere umano, adulto e sano, vi è libertà di scelta personale?

       Forse solo ancora per qualche giorno da oggi (11 febbraio 2009), in Italia io posso lasciar scritto che in caso di sopraggiunta malattia, non potendo disporre delle mie facoltà, pretendo sia rispettata la mia volontà a rifiutare accanimenti terapeutici ma anche nutrimenti forzati, respirazioni artificiali, e la Legge mi tutela.
Eppure ogni giorno, in ospedali e cliniche, medici caritatevoli interrompono terapie farmacologiche, staccano respiratori, fermano mezzi e strumenti che protrarrebbero le esistenze vegetali in creature che il destino ha condannato a questo calvario – con pietà, con responsabile umanità. E in silenzio.

        E la Legge? A chi opera per carità e con umanità non serve.

       Beppino Englaro, con un coraggio e una determinazione civica degne di grande rispetto, ha scelto una via differente. Quando purtroppo si è fatto palese che per sua figlia non sarebbe stato possibile alcun ritorno alla vita, egli ha chiesto ai tribunali del suo Paese di poter interrompere l’alimentazione forzata che da 17 anni impediva alla natura di fare il suo corso.
E di tribunale in tribunale, di grado in grado, mentre per Eluana si consumava il calvario del decadimento fisico, per quest’uomo si è consumato il più atroce dei destini. Lui che oltre a dar vita e ad amare questa figlia, ne aveva dovuto accettare la perdita, elaborarne il lutto, lui ha dovuto scontrarsi con la falsità e l’ipocrisia che guidano le azioni e le coscienze di tanta parte di noi, suoi connazionali. Egli ha dovuto assistere alla definizione di Eluana secondo modalità diverse da quelle cui era abituato, sua figlia è diventata nel parlato degli altri “il caso Eluana”. 
Ma neanche questo è bastato a farlo desistere da quella che alcuni hanno definito “la sua battaglia legale per Eluana”. Io non so quanto forti siano i principi morali ed esistenziali di questo pover’uomo, e neppure so se sarei riuscita ad avere il suo stesso coraggio, il suo stesso coraggio e il suo stesso rispetto per le Istituzioni, per le leggi di questo Paese.

        Ed è seguendo il filo del ragionamento che sono giunta al nocciolo della questione, a ciò che ora è inevitabile affrontare: ciò che è implicito nel “caso Eluana Englaro”. Si è scritto e parlato di eutanasia, di diritto alla vita e diritto alla morte, di rispetto della morale, di sentimenti religiosi e… E tutto questo ruota vorticosamente intorno a un unico punto: il nostro diritto, come persone, di poter scegliere il nostro destino, se cioè deve esistere una Legge che stabilisca cosa un essere umano debba o non debba fare nel momento in cui per lui si ponga la possibilità di decidere se continuare a vivere o morire.
Se vi è un postulato morale cui dover sottostare oppure se, arbitrariamente, ci è stato imposto, per il solo fatto di essere nati cittadini italiani, un obbligo religioso, un dogma da rispettare necessariamente e assolutamente…  

        Sono stata cresciuta da una madre che, tra l’altro, amava insegnarmi che: la mia libertà finisce dove inizia la tua... Ma questo principio così evidente nella sua semplicità, sembra davvero un assurdo a quanti pur predicando la laicità di uno Stato, i diritti della democrazia e il rispetto dell’individuo poi nella pratica li realizzano con atti degni del più bieco fondamentalismo.
E se non è un “fondamentalista” colui che dichiara che la scelta di interrompere l’alimentazione forzata a Eluana Englaro o l’accanimento terapeutico a un malato terminale offende la propria sensibilità religiosa e quindi non può avere attuazione - anche se il soggetto non è d’accordo o è un ateo o è un agnostico o per la sua religione può darsi una regola differente –. Comunque per un cattolico la pratica dell’eutanasia, la sospensione delle terapie mediche e quant’altro… Non s’hanno da fare!   
Qualcuno, per favore, mi spieghi come altro definire questo modo di procedere…

        Ma si sa – com’è scritto in uno dei più antichi testi tramandatoci – è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro che non la trave che giace nel nostro… E quindi i fondamentalisti sono gli altri, sempre. Noi che fino all’altro ieri abbiamo torturato, seviziato e arso vivo quanti si discostavano dalla nostra interpretazione religiosa, dai nostri dogmi... Noi, sempre noi, che oggi condanniamo le violenze e i genocidi perpetrati nei “Paesi non-Occidentali”… Noi, sempre gli stessi, abbiamo anche dimenticato che appena ieri abbiamo tentato di massacrare un intero popolo nelle camere a gas, proprio noi, nel cuore del nostro civilissimo Occidente.

        Oggi a scagliarsi contro il “fine vita” di Eluana Englaro sono proprio gli appartenenti a quella setta del Cristianesimo che nella loro principale preghiera si autocelebrano al di là di ogni possibile fraintendimento: “Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica…” e dal quel loro essere setta fondamentalista e dogmatica si innalza la condanna, il veto, da quelle gole cresce un ruggito violento contro la libertà di scelta di Eluana, e quindi contro la nostra libertà di esseri umani, contro il nostro primo diritto di esseri umani, quello di decidere il quando e il come concludere la nostra vita.

        E sono quelle stesse gole che dopo aver gridato da scranni opposti del nostro Parlamento non gridano con altrettanta forza contro le migliaia di morti per fame e malattia che ogni giorno sono registrate dalla Fao, dall’UNESCO, da tutte le associazioni mediche ed umanitarie che operano nel mondo.
Ma c’è dell’altro, un’ambiguità subdola e diabolica che risalta con evidenza, una volta di più, anche dalla tragica vicenda di Eluana Englaro.
Come altro si può definire infatti l’operato di colui che con la sua congrega di affiliati pur condannando l’azione di chi voleva interrompere lo stato vegetativo di Eluana, appellandosi al “sacro valore della vita… di ogni vita”, e allo stesso tempo avvalorava e avvalora il diritto degli Stati ad applicare la pena di morte?  Se la vita è sacra, e perfino una vita allo stato vegetativo lo è, e non può essere interrotta, allora perché – con altrettanta dogmatica certezza – nel suo “Catechismo della chiesa cattolica” è sentenziato: «2266: Difendere il bene comune della società esige che si ponga l'aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, l'insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte.» (Catechismo, edizione del 1997)

        Io ho definito questo comportamento “un’ambiguità subdola e diabolica” ma altri potranno giudicarlo secondo i termini di una morale più severa e non vi saranno giustificazioni possibili, e inoltre…
A giustificazione delle prese di posizione sul Catechismo nessuno potrà dire che “il Santo padre Benedetto XVI” non ne era a conoscenza – come nel caso delle affermazioni negazioniste del vescovo lefevriano Williamson, riammesso all’interno della Chiesa Cattolica (Una Santa Cattolica Apostolica) -, nessuno che disponga di un minimo di coerenza e discernimento, potrà difendere il Papa, essendo stato lo stesso Papa Benedetto XVI– nel 1997 – quando ricopriva il ruolo di capo della congregazione per la Dottrina della Fede, l’autore di quelle infamanti  parole sulla liceità della pena di morte. Parole che nessuno ha ritrattato, emendato o cancellato,  e che tutt’ora denunciano il reale istinto umanitario delle gerarchie cattoliche, cui logicamente e concretamente aderiscono personaggi quali Paola Binetti e Rocco Buttiglione, cattolici praticanti che vogliono arrogarsi il diritto di imporre il loro fondamentalismo immorale alla nostra esistenza. 

        E’ tutto questo che il calvario di Eluana ha portato alla luce delle nostre coscienze ed è per questo che io sarò sempre grata a suo padre Beppino. Di questo lo ringrazio dal profondo, per il suo coraggio e la sua forza morale, per essere riuscito – difendendo la volontà di sua figlia – a risvegliare le nostre menti assopite alla necessità di una presa di coscienza etica sui diritti e la libertà, su ciò che rende tale la nostra condizione umana. Quello stesso padre che, indegnamente, alcuni sono giunti a definire “boia”, sì, avete letto bene, sino a questo punto può arrivare la cosiddetta “carità cristiana”…  

        Liberandosi dalla violenza nella quale il suo corpo era costretto, Eluana ci ha inconsapevolmente fatto un dono: ci ha restituito una coscienza, e il desiderio di usarla secondo onestà e rispetto della libertà di ciascuno.
In quell’aldilà della vita - che per alcuni è silenziosa e pietosa morte mentre per altri è promessa di vita ultraterrena – dove Eluana ora è, l’accompagnerà comunque il nostro ricordo.

F.P.M.
 

Commenti ricevuti:

Finalmente qualcuno che ha il coraggio di parlare con chiarezza, non solo della tragedia di Eluana, ma delle intrinseche beghe politico/cattoliche che la hanno governata, pilotando l'opinione pubblica; distogliendola anche da altri problemi gravi, e facendone un caso di coscienza cattolica!!!!!
grazie  F.P.M. per averci dato questa lucidissima ed approfondita analisi, spero che almeno una parte della opinione pubblica si renda conto che è bene confrontarsi,parlare ed "usare la materia grigia" ,di cui siamo per fortuna ancora dotati; più che continuare a "seguire il branco" senza formarsi quanto meno una propria opinione. Mio padre mi insegnò tra le tante cose che: "c'è sempre un altro punto di vista" , e questo dovremmo ricordarcelo sempre.
F.B.

 
Quello che avete scritto a proposito di Eluana Englaro mi ha commosso profondamente. Sono stata minuti interi basita ad aspettare che arrivasse qualcosa da aggiungere, da completare a quello che già avevate detto voi. No. Avete detto tutto, tutto ciò che c'era da dire, da contestare da ribadire, da sottolineare di una vicenda che mi ha procurato inizialmente una rabbia folle vuoi già solo perchè al posto di quella povera crista sarei potuta esserci io, ma poi dolore e infine gioia. Sì, gioia per lei (gioia????assurdo!! si lo so, me lo sono detta anche io) perché ho pensato quanti al mondo possono essere certi di avere qualcuno pronto a battersi fino allo stremo perché le volontà di colui o colei che ama vengano rispettate? Quanti dico io? Che lotterebbero per veder garantito il diritto ad una libera morte? ecco Eluana ha avuto addirittura il padre. E che padre ragazze!!! C'è stato un secondo piccolissimo, perché poi mi sono sentita  tremendamente in colpa, in cui ho pensato beata lei ( e non l'ho mai detto a nessuno). Assurdo, folle irrazionale impensabile però in un istante il mio cuore ha pensato questo (perché il mio cuore è stato , non la mia testa!!). Beata lei che alla fine ce l'ha fatta ad andar via perché come lei chissà quanti ce ne sono sparsi per il mondo, chissà se più di mille o più di cento...... E quanti saranno i cari straziati di dolore che non riescono, non per mancanza d'amore ad essere Peppino Englaro, ma soffrono allo stesso modo......per una morte che non arriva a liberare un corpo, a lasciare andare un'anima che io mi sono detta mille e più  volte se ne è già andata, ma poi non ci credo, perché fino a che il corpo è lì, prigioniero dentro un letto anche l'anima è lì, prigioniera dentro quel corpo.....e non vorrei pensarla così, ma non riesco a farne a meno.... E comunque non riesco neanche a fare a meno di chiedermi: e se toccasse a me?
Comunque alla fine di tutto voglio dire che non avrei mai pensato che sopravvivere alla morte volesse dire ......questo.....un corpo asciutto, inerme che giace immobile su di un letto...per 17 anni!!!
Un abbraccio
Laura F.


     Lettera"di getto": tronisti, veline e... valori

Ciao Flaminia,
qualche giorno fa ho letto sul vostro sito il bellissimo pezzo su Eluana.

Stavo per scrivervi, complimentarmi con voi e magari aggiungere qualche parola in più. Ma ho desistito, perché in quel momento ero fuori di me per lo sciacallaggio mediatico al quale siamo
stati costretti ad assistere e mi sarei poi pentito per le frasi scritte in preda all'ira.


Non pensavo che il cinismo politico potesse
giungere al punto tale da infierire su un padre come Beppino Englaro, che in poco meno di 20 anni ha dimostrato una forza d'animo ed un rispetto per le istituzioni ammirevoli, oltre allo sconfinato amore per sua figlia.
Gli agitatori hanno lavorato così bene che qualche gruppo di cittadini invasati ha chiesto addirittura la revoca della paternità di Beppino. La cosa mi ha ricordato le scene di linciaggio viste tante volte nei film western. Un bel modo di progredire!

Negli ultimi giorni ho potuto dedicare qualche minuto in più alla sezione "Opinioni" e mi è piaciuta molto la lettera dedicata alla triste vicenda di Nettuno.

La signora Maffei è giustamente preoccupata per i nostri ragazzi, che crescono immersi nel vuoto della nostra società dell'immagine, dove si incoraggiano le femminucce a sculettare sul palco, i maschietti a
diventare tronisti ed entrambi a partecipare al Grande Fratello.

A che serve allora studiare, diventare avvocato, medico, ingegnere, notaio, bibliotecario, se poi per esercitare la corrispondente professione con passione e soddisfazione si deve emigrare all'estero?

La stessa politica non è più percepita come mezzo bensì come fine, un modo come un altro per fare soldi ... tanti soldi! I nostri politicanti ce lo dimostrano ogni giorno, a destra come a sinistra.

Da parte mia, spero di avere la fortuna di trasmettere ai miei figli valori più solidi dei jeans firmati e di far loro capire che i soldi aiutano a vivere meglio ma non possono essere sempre al primo posto nella scala dei valori.

Un'ultima osservazione prima di salutarti.
Mi ha incuriosito il fatto che nessuna delle "Opinioni" sia opera di un uomo.
Scartando l'idea bizzarra di una vostra censura preventiva, mi sono chiesto: perché?

Un abbraccio
Gianni Ciprotti

 

         Stranieri in Italia  

In questi giorni tutti i giornali e le televisioni parlano degli ultimi terribili fatti di cronaca che raccontano di stranieri cattivi di cui gli italiani stanno diventando vittime.
Nel frattempo però a Roma c’è un uomo indiano che da giorni sta disperatamente cercando di sopravvivere in un letto d’ospedale, dopo che alcuni ragazzi ITALIANI gli hanno dato fuoco.
Di questa storia non parla più nessuno, almeno in televisione, tranne Riccardo Iacona che se ne sta occupando nei suoi ottimi reportage della domenica sera.
Sento con orrore salirmi dentro una sensazione davvero terribile: cioè che oggi nel nostro paese e nella nostra società cosiddetta civile, ci sono alcune persone che possono diventare padrone della vita degli altri per i motivi più svariati e futili.


Ma torniamo a Navtey, provo ad immaginare il groviglio di paura, curiosità ed aspettative con cui deve essere arrivato in Italia un contadino indiano trentenne, venuto dal Panjab, una realtà molto povera e totalmente diversa dalla nostra, in cerca di un riscatto sociale per sé e per la sua famiglia.

Sono storie antiche che sono sempre accadute, e si ripeteranno ancora, alternativamente, in molte parti del pianeta. Fino a non molti anni fa, riguardavano anche molti contadini italiani che, partendo dal nord e dal sud, andavano in giro per il mondo a cercare lavoro perché a casa loro morivano letteralmente di fame. NON DOBBIAMO DIMENTICARLO MAI, E DOBBIAMO RIPETERLO AI NOSTRI FIGLI.

Dopo cinque anni di alterne vicende, di cui sembra non si conosca quasi nulla, in un momento difficile in cui aveva perso il lavoro e,si presume conseguentemente anche l’alloggio, Natvey si era adattato a dormire su una panchina di marmo nella stazione ferroviaria. Credo che mai e poi mai, nemmeno nei suoi peggiori incubi, si sarebbe aspettato di risvegliarsi in preda alle fiamme perché alcuni ragazzi italiani annoiati avevano deciso di movimentare una serata un po’ piatta con un gesto eclatante, magari da raccontare agli amici.

Non si può proprio immaginare niente di più insensato, mostruoso, lontano da ogni forma di umanità.
Di fronte a casa mia abitano dei ragazzi indiani, sono allegri, rumorosi, simpatici. A volte ci sorridiamo e ci salutiamo dalla finestra.
Ignoro totalmente che attività svolgano né perché siano qui, non mi interessa. Per me sono solo persone che portano nel mio quartiere, composto di gente piuttosto anziana, una ventata di energia e di giovinezza e questo mi piace.
L’idea che uno come loro un domani possa essere vittima di un’aggressione ad opera di persone sconosciute non riesco nemmeno a prenderla in considerazione.

Eppure è accaduto, a pochi chilometri da Roma, a Nettuno luogo che viene definito dalle guide turistiche: spiaggia frequentatissima del Tirreno, ormai unita alla vicina cittadina di Anzio.
Un luogo ameno, che per molti romani è legato a ricordi di felici e spensierate vacanze, e che ora, purtroppo, sarà ricordato anche per questa storia senza senso.

Il sentimento che provo più fortemente in questo momento è vergogna insieme ad in profondo senso di sgomento e di rabbia.

Mi vergogno di appartenere ad una comunità e ad uno stato che non è capace di impedire che queste cose accadano, né di condannarle in modo fermo e univoco.

Mi vergogno nei confronti di tutti gli stranieri, che vivono nella nostra sciagurata Italia, sì proprio tutti, anche quelli che si comportano male, perché gli esempi che noi italiani gli diamo non sono certo dei migliori.
Mi vergogno anche per quei ragazzi che non hanno trovato niente di meglio da fare per trascorrere un sabato sera.
Certo, nei loro confronti sento anche una grande rabbia, ma, francamente, penso che sarebbe troppo semplice attribuire a loro tutta la responsabilità dell’accaduto.
Sono madre di un ragazzo di 18 anni e so quanto è difficile in questo mondo così ridondante di vuote stupidaggini e di finti valori, fatto solo di apparenza, indicare a un figlio una strada possibile con punti di riferimento e valori certi e solidi.
So anche che spesso le famiglie vengono lasciate troppo sole in questo compito sempre più gravoso .

I nostri ragazzi così confusi, fragili a cui stanno togliendo ogni fiducia nel futuro, questi nostri ragazzi persi nel troppo niente, aggrappati a difendere il “benessere” di cui ancora godiamo, non si sa fino a quando, sono il prodotto di questa società.

Sono più arrabbiata con quei personaggi pubblici che strillano e incitano a prendersela con i diversi, siano essi clandestini, o stranieri, o omosessuali o semplicemente persone libere di esprimersi e di pensare con la propria testa, come se fosse di queste categorie la colpa di tutti i guai che accadono nel nostro infelice paese.

Sono indignata per questi nuovi decreti sulla sicurezza, che fra le righe, incitano a farsi giustizia da sé. Certo non aiutano i giovani ad avere comportamenti corretti e responsabili.

Sono arrabbiata con quella parte della chiesa cattolica che ha rinunciato a diffondere i suoi veri valori attaccandosi a posizioni di potere e di forma.

Sono arrabbiata anche con la cosiddetta società civile che, forse per stanchezza o pigrizia, si sta accomodando sempre di più sulle poltrone dei propri salotti a leggere libri, discutere con i loro simili o ascoltare e/o intervenire in interminabili dibattiti televisivi, pensando, così, di aver esaurito il proprio ruolo di partecipazione nella società.

Sento il bisogno di fare qualcosa di concreto e urgente.

Vorrei mettermi in contatto con la comunità indiana di Roma, quella che ha pagato il viaggio nella nostra città alla famiglia di Navtey .


Mi piacerebbe che, dalla libreria, partisse una sottoscrizione per aiutare lui e la sua famiglia. Quella che ora si trova a Roma, a spese della comunità indiana in Italia che, come ha raccontato Riccardo Icona nella sua trasmissione, ha venduto l’unico pezzo di terra che aveva per pagare il viaggio del loro parente verso l’Italia.
Lo so che in questo momento parlare di soldi può sembrare orribile, un modo per lavarsi la coscienza ma, accidenti, anche quelli servono, eccome. E poi da qualche parte bisogna pur cominciare.
Questo a nome di quegli italiani che si vergognano dell’accaduto e che, comunque, non possono tirarsi fuori perché, come diceva il grande De Andrè, “anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”.
Fiorella Maffei
                                                                                                                                          Roma, 18 Febbraio 2009



 

 
 

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