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In genere mi sottomettevo senza reazioni al logorante
ritmo di questa vita segnata. Ma c’erano giorni in cui
un fuoco sconosciuto mi divorava dentro, un’ira
furibonda che si scagliava contro tutto e tutti e,
seduta in muta ribellione sotto il mio castagno
preferito, m’immaginavo con avido sadismo di soffocare
nel sonno mia madre, di buttar dalla rupe il mio
promesso sposo (un bifolco il cui sorriso bavoso mi
faceva inorridire), di appiccare la miccia alla sottana
dell’uomo nero, che il Diavolo sarebbe venuto a rapire
per i suoi molti peccati; e soprattutto di far scappare
a gambe levate le megere sempre pronte a criticarmi su
ogni cosa indossata, ogni parola detta, ogni pensiero
espresso, tanto d’avermi fatta diventar silenziosa e
sgusciante come una lucertola. E anche questo,
ovviamente, a loro non andava bene!
Mi guardavano storta anche perché stavo per “diventare
donna” e seppur non capissi appieno il senso di quelle
parole sapevo ch’erano collegate al sangue sporco,
quello con cui tante volte mia madre aveva insudiciato
il giaciglio e il cui odore acre e rancido faceva
ribrezzo a tutti, uomini e donne, spingendo noi ragazze
a odiarlo. Avrei voluto parlarne con qualcuno, ma ero
senza sorelle perché mio padre era morto poco dopo
ch’ero nata e la mamma non aveva voluto risposarsi; le
altre donne di casa mi scansavano quando giravo intorno
per stuzzicarle sull’argomento e le amiche, poche
invero, mi giudicavano sfacciata e reagivano arrossendo
agitate. Così mi rassegnavo, sperando che il sangue
ritardasse il più possibile se il suo arrivo doveva
significare per me diventar la moglie di Tobia.
Viridiana e Tobia, Tobia e Viridiana: come suonava male!
Il pensiero di lui mi faceva venir voglia di fuggire a
valle…
Ma poi la vita riprendeva come sempre e mi
tranquillizzavo mentre annusavo l’aria pura del giorno
perdendomi fra le nuvole, oppure aiutavo a pulire i
cavoli per la minestra o a rassettar la casa. Più d’ogni
altra cosa mi piaceva lavorar la terra dello zio e anche
se non mi facevano far tutto, perché molti gesti erano
sconvenienti per le fanciulle, stare con lui mi
permetteva di contemplar le montagne, osservarne
l’infinito orizzonte carico di sogni nascosti, cosa che
non avrei potuto fare da sola: girellare senza la
protezione di un uomo, infatti, faceva parte di quelle
cose proibite che non potevano essere discusse. Era così
e basta.
Finché venne il giorno in cui, come sai, il basta non mi
bastò più.
Ricostruendo i fatti con ciò che conosco oggi correva
l’autunno 1212. A quel tempo non mi faceva differenza,
ignoravo perfino d’avere 14 anni. Sapevo soltanto di
essere una ragazza da marito. Ribelle, ma pur sempre da
marito. Il resto non contava, erano affari da adulti, e
adulti uomini. Tutt’al più mi potevano arrivare scampoli
di notizie che qualche viandante aveva sparso con lingua
generosa davanti a un buon bicchiere di vino, ma mi
sentivo estranea, ai margini del mondo che si muoveva
altrove. Noi facevamo sempre le stesse cose, c’era
sempre la medesima povertà, benché fossimo più liberi:
non vigeva tanto controllo come nelle città, e in ogni
caso il vertiginoso isolamento dei monti era la mia
vita, mi pareva che non avrei potuto esistere lontana da
lì, divelta dalle mie zolle selvagge.
La faccenda dei “bambini stupidi”, quella però era
arrivata. Troppo curiosa per non diffondersi a macchia
d’olio, troppo estesa. E soprattutto aveva avuto il suo
primo epilogo non lontano da noi, in quella Genova che a
nominarla mi pareva un posto fiabesco. Però qualcuno del
borgo c’era stato e diceva che le sue strade non
finivano mai e che era addobbata d’ogni lusso e abitata
da dame d’indescrivibile beltà e che innanzi si
distendeva tanta di quell’acqua che avrebbe potuto
dissetare l’umanità per millenni se si fosse potuta
bere: si chiamava mare e da lì partivano grandi chiatte,
che raggiungevano luoghi così distanti da non potersi
credere.
Fu proprio lì, in agosto, mentre la carestia mieteva
vittime e rendeva insopportabile il lavoro di noi
contadini, che era giunta la schiera tedesca dei bimbi
in cerca di Dio. Fra loro c’erano anche adulti, ma
perlopiù si trattava di piccoli e adolescenti e pure chi
li guidava, un certo Nicola, aveva circa la mia età.
Partiti da Colonia, la città dei catari, avevano
percorso a piedi tutta la Germania tirati da una forza
irresistibile che li aveva fatti raggiungere il porto
genovese, dove s’aspettavano di vedere il mare aprirsi
per continuare la crociata fino a Gerusalemme. E quando
il miracolo non c’era stato le fanciulle e i fanciulli
più ostinati, reagendo alla delusione propria e alla
derisione altrui, avevano ripreso la marcia diretti a
Roma, alla volta di Brindisi. Pochissimi di loro
sarebbero tornati a casa, i più uccisi dagli stenti,
stuprati, dispersi, rapiti.
Ma queste tragedie le avrei scoperte poi. Allora la
vicenda mi emozionava e turbava. Cosa cercavano quei
ragazzi? Perché s’erano addossati una missione tanto più
grande di loro? Non c’erano i crociati per quello? Da
quale inspiegabile tempesta erano stati attraversati per
comportarsi in modo così audace e stravagante? Dentro il
mio cuore li apprezzavo, mi sarebbe piaciuto seguirli,
ascoltare i loro discorsi intimi, conoscere più di
quanto veniva detto. Ma il mistero rimase, per me e per
tutti gli altri, e certo per gli stessi bambini
crociati, di cui anche in futuro si sarebbe parlato
senza capirci granché. Adesso però so, come tu sai,
perché lo fecero, quale attrazione li spinse a
quest’impresa che nel loro immaginario dipinsero come il
tentativo degli esclusi di riconquistare la Terra Santa.
E di quale energia si trattasse lo scoprii quella notte,
la notte del trapasso di Viridiana e della gestazione di
Norea.
Te ne narro ancora una volta, l’ultima, perché ogni
giorno di più vacilla il mio corpo e sento che sto per
scivolare nel reame della morte apparente. Non mi
spaventa, come non mi ha spaventata la vecchiaia, però
voglio lasciare un vivido segno della mia permanenza
qui, dell’aliena avventura che mi son trovata a vivere e
che trasmetto per una definitiva registrazione. Servirà
ai vostri Archivi, come tutto il resto. E dunque anche
alle altre civiltà.
Quella notte, dunque. Quella notte non riuscivo a
prendere sonno, mi si torcevano le budella e non capivo
perché. Svegliare mamma non volevo, si sarebbe
preoccupata e m’avrebbe dato da bere una di quelle sue
erbe che facevano fare le smorfie tant’erano amare. Ma
il dolore mi snervava e perciò mi alzai da letto, mi
misi addosso qualche straccio in più per proteggermi dal
freddo e scivolai fuori dalla porta. La luna era piena.
Con questa luce, mi dissi, potrei camminare fino ai
campi dello zio, magari il mal di pancia mi passa. E fu
così che m’avviai spontaneamente, in una coltre d’ignara
solitudine, verso la fine della mia normo-esistenza.
La meta che mi ero ripromessa di raggiungere era troppo
vicina per l’inquietudine che mi tormentava, per cui una
volta arrivata lì tirai dritto, anche perché il ventre
s’era un po’ calmato e la notte era splendente e avrei
potuto non avere più per anni quel coraggio, quella
voglia d’affrontare il buio e le critiche di chi
m’avesse scoperta. Il profilo dei monti intorno, sempre
più visibile man mano che mi abituavo al debole chiarore
notturno, mi danzava negli occhi e a un certo punto,
inaspettatamente, mi sentii felice. Scoppiai a ridere di
niente e i piedi da soli si misero a ballare facendomi
girare su me stessa e poi correre, correre a perdifiato,
con la sola voglia di vivere nella libertà. Di certo non
era cosa da farsi senza guardare il terreno e non mi
stupii quando cominciai a rotolar giù per un crepaccio:
stavolta me l’ero proprio cercata! Dovevi stare più
attenta, mi mormorava nell’orecchio interno mia madre.
Guarda cosa capita alle spudorate come te, berciava la
stridula voce del prete. E poi le amiche e le vicine di
casa a sogghignare, divertite per com’era stato punito
il mio sciocco ardimento… D’un tratto era svanita la
gioia. Ma non m’era possibile lasciarmi andare alla
malinconia perché ero ferita alle ginocchia e dovevo
togliere quelle macchie di sangue se non volevo venir
scoperta. Fu allora, in quel silenzio irreale, che
sentii lo scorrere di un ruscello sotterraneo. Veniva da
una piccola caverna e se la paura di venir rimproverata
non fosse stata così forte non avrei mai avuto l’ardire
di entrarci. L’acqua era gelida, ma non avevo scelta. Mi
chinai per sciacquare le parti sbucciate e pensai con un
certo conforto che avrei potuto facilmente nasconderle
sotto le vesti. Ma la terza o quarta volta che immersi
le mani qualcosa attirò la mia attenzione. Era una
specie di pallina metallica, piacevole al tatto e
accartocciata come una foglia. Lì in grotta non si
vedeva quasi nulla, quindi la presi con me per
esaminarla meglio a casa. Mentre tornavo indietro
illuminata dai raggi lunari la curiosità prese però il
sopravvento e pur continuando a camminare la manipolai
un po’ per capire di che si trattava. Il materiale non
riuscivo davvero a immaginare cosa fosse: non avevo mai
toccato niente di simile! Era morbido, né caldo né
freddo, leggerissimo e malleabile, tanto che senza
volerlo mi ritrovai a stirare la pallina. Mi bloccai di
colpo, come se mi avessero tirato uno schiaffo in pieno
viso. Cercai di mettermi sotto la luce della luna e in
effetti vidi il fatto incredibile: l’oggetto, scivolato
a terra a causa del mio sgomento, aveva assunto la forma
rettangolare di una tavoletta. Com’era possibile? Ero
diventata pazza o era Satana a farmi questi scherzi? Ma
perché proprio a me? Cosa stava accadendo? Pare
incredibile dirlo dopo quant’è successo poi, ma è stato
il momento più intenso che ricordo, il più sconvolgente:
stavo infatti vivendo qualcosa di così insolito da non
poterlo dire a nessuno se non a rischio di passar da
eretica! Tremando raccolsi la lastra e osservandola mi
accorsi che era di color verde marcio e ricoperta da
caratteri che non conoscevo. Non sapevo leggere, è vero,
ma quei segni erano diversi da qualsiasi altro avessi
mai visto in giro, di questo ero certa. Voltai il
manufatto dall’altro lato e scoprii che sul retro era
incisa l’impronta di una mano sinistra. La tentazione di
porre la mia in quel calco fu così forte che per un
attimo mi mancò il respiro. Terrorizzata dai miei stessi
pensieri mi misi a correre verso casa e solo quando fui
lì mi resi conto di due eventi accaduti a mia insaputa:
ero riuscita non so come a riaccartocciare l’oggetto e
le mie cosce erano ancora bagnate di sangue. Ero
diventata donna.
Stella
Quello che seguì fu un periodo difficile da descriversi,
anche adesso che son padrona dei magici mondi delle
parole. La vita ordinaria continuava apparentemente come
prima, salvo che tutti sapevano dell’avvento delle mie
regole e Tobia mi guardava sempre più lascivo: riuscivo
a sottrarmi alla sua villania solo appellandomi alla non
ben definita virtù che tutti m’incitavano a conservare,
e continuando a immaginarmi altri occhi, ben altre
bocche di uomini da baciare. Ma negli anfratti, negli
interstizi della mia mente profonda, in quei recessi
dell’anima di cui altrimenti non avrei intuito
l’esistenza, scorrevano nuovi universi, conoscenze
inaudite, informulabili idee, sapori ignoti che mi
facevano transitare fra la gente come un essere di un
parallelo mondo fatato, presente e assente al tempo
stesso.
Portavo il manufatto sempre con me, non me ne staccavo
mai ed ero angosciata dall’idea che venisse scoperto.
Per questo ero diventata obbediente, tranquilla,
riuscendo perfino, qualche volta, a essere dolce con
Tobia. Una giovinetta modello, del cui comportamento si
compiaceva anche l’uomo nero… Ero disposta a tutto pur
di non attirare l’attenzione, pur di restare invisibile,
come del resto mi sentivo dentro.
Di notte tendevo Stella - l’avevo chiamata così, la
pallina - e la sistemavo sotto il pagliericcio su cui
dormivo, raccontandole tutti i fatti che mi eran
capitati durante il giorno, le gioie e i dolori,
affidandole i miei desideri e le mie pulsioni come a uno
scrigno sicuro. Poi abbassavo le palpebre, mi lasciavo
andare al sonno e iniziavano. Sempre. Ogni notte. Per
settimane. Non erano sogni bensì turbini e vortici che
mi travolgevano di nozioni sconosciute, di smarrite e
impronunciabili sapienze, quasi un’istruzione serrata
che notte dopo notte mi metteva in grado di allargare
sempre più la mia intelligenza e di affinare le
percezioni. Ormai non sapevo chi ero e riuscivo a vivere
soltanto se imitavo quel ch’ero stata, ricordando e
riproducendo gesti che ora mi sembravano insulsi e a
volte inutili. Non ero tuttavia capace di elaborare
concetti inconsueti: mi sentivo piuttosto come un
contenitore ermeticamente chiuso di cui non scorgevo i
contenuti.
Dovevo sbloccare a tutti i costi il ristagno che
m’impediva di possedere un’identità e intuivo ciò che
dovevo fare ma non ne avevo il coraggio: cosa sarebbe
accaduto di me dopo, chi mi avrebbe salvata dal perdermi
definitivamente? Ma trovai la forza, o l’incoscienza,
quando mi resi conto che di me stessa, di quel che
ancora rammentavo d’essere, non esisteva che uno
sbiadito brandello. Così, non avendo nulla da perdere,
attesi la luna piena e tornai alla caverna. Il buio a
questo punto non mi ostacolava più. Non avevo bisogno
della luce per adagiare la mano sul calco.
Norea
Lo feci. Ed ecco che fui avvolta da un uovo di luce,
mentre una bolla sferica ancor più luminosa iniziò a
volteggiarmi intorno. Stranamente non ebbi paura, forse
perché fra me e Stella si era creato un legame speciale:
era la mia nutrice, la mia amica immaginaria, una
seconda me, la più recondita, quella che mi faceva
sussultare ma anche sentire viva come non mai. Poco a
poco l’inerte sospensione lasciò il posto a una
tranquillità insolita ed eccitante, finché la sfera
s’arrestò davanti a me e aprendosi divenne un quadro
pieno di colori in rapido movimento. Ciò che avevo
vissuto nei miei enigmatici sogni si ripropose nella
grotta in forma condensata, pregna di visioni
fantasmagoriche, di suoni irripetibili, di metalinguaggi
capaci di schiudere varchi a Comprensioni tanto inedite
quanto radicali. In un baleno mi furono trasmessi
millenni di storia terrestre e galattica, plasmandomi la
mente in modo che potesse assorbire i dati a celerità
vorace, foriera di profondità abissali, e vertigini
cognitive, e sobbalzi neurologici.
Infine, con la stessa rapidità con cui era iniziato, il
fenomeno cessò e sul dipinto, che ormai sapevo essere
uno schermo, apparve un paesaggio magnifico, fatto di
candide e altissime costruzioni. Zoomando indietro
l’ologramma rivelò che appartenevano a un pianeta ornato
di quattro lune, la cui disposizione a rombo trasmetteva
una gradevole sensazione d’armonia. Capii che indicava
la provenienza di un’entità che stava per parlarmi
direttamente, ma invece di venir meno per la violenta
emozione mi disposi ad ascoltare, acuendo il più
possibile i miei nuovi Sensi. Ormai più niente mi
avrebbe spaventata, nessun ostacolo avrebbe frenato la
mia bramosia di Conoscenza.
“Salute a te, Norea” disse Stella, e la sua voce
melodiosamente femminile vibrò in ogni corda del mio
essere con straniante familiarità. Mi chiamò proprio
così: Norea. E subito mi piacque. In verità non era una
voce fisica ma telepatica, che s’insinuava in me
accompagnando ogni suono con un’immagine, ogni immagine
con un profumo, ogni profumo con una sensazione
tattile... Eri tu, Stella, tu a cui dopo una lunga vita
dono queste mie memorie in riconoscenza del dono che hai
fatto a me: l’occasione di mutare per perdermi e così
ritrovarmi.
Ecco dunque ciò che mi trasmettesti quella notte, la tua
prima Lezione.
Quanto adesso ti dirò, o temeraria Norea, è un terribile
segreto che lorda di vergogna e mestizia il nostro
popolo. Ma non posso farne a meno: giustizia vuole che
la verità non resti celata ancora a lungo… Per questo
mesi fa abbiamo deciso di spargere un primo gruppo di
vrillisensori sulla Terra: il Gioco delle coincidenze,
che mai scattano a caso, li avrebbe fatti trovare
all’umanità giusta, che allacciandosi alle macchine con
creativo atteggiamento le avrebbe poi innescate. Com’è
capitato a te, azionando così il nostro strabiliante
Contatto.
Sappi che per un prolungato tratto di Storia la vostra
civiltà si è avvicinata a un’ottica esistenziale che
n’esaltava la componente primaria: la sua ipercaotica
complessità. La stupefacente mistura di scienza e arte e
afflato spirituale con cui molte genti arcaiche
approcciarono simbolicamente il mondo e se stesse rivela
infatti nella specie umana un’attitudine a sintonizzarsi
con i meccanismi e circuiti tramite i quali si manifesta
il Cosmo a tutti i suoi livelli e che le nostre Indagini
sanno ormai esplorare con sagacia.
Ti avrà sorpresa scoprire come in un lontano passato le
realtà più esecrate alla tua epoca venissero invece
celebrate come incarnazioni del Divino: intendo il
mestruo, la vulva, il pene, la sessualità... E, seppur
c’erano talora insofferenze verso la passione omoerotica,
la sensibilità antica faceva sperare in una maggior
apertura con il tempo. Era un ottimo inizio, perché è
nello sviluppo armonico fra i due sessi che si sarebbe
deciso il destino dell’umanità, l’orbita non univoca con
cui ogni accadimento avrebbe avuto il suo corso.
Comprendere che ogni genere e quindi ogni specie
necessita del suo spazio vitale poteva essere realmente
la chiave vincente. Maschi e femmine, omo ed etero,
natura umana e natura animale, piante e minerali, stelle
e pianeti, ciascuno e ciascuna in perfetta, bilanciata
simpatia con tutto il resto seppur in perfetta,
bilanciata pienezza di sé.
Questo speravamo osservandovi dal nostro astro,
attendendo pazienti il momento in cui sarebbe stato
possibile comunicare con voi senza condizionarvi anche
per mera presenza. Simili e diversi, come amici, per uno
scambio conveniente ad ambedue.
Ma ora ti rivelerò perché le nostre speranze si sono
infrante. La colpa è nostra, anche se non potevamo
prevedere quanto accadde. In breve, un manipolo di
anthropi affetti da psico-patologie di fissazione,
quelle che portano a inquadrare in modo riduttivo la
realtà, sfuggiti al controllo violarono la Legge più
sacra: la non interferenza con le biosocietà troppo
diverse dalla nostra. Discesero sulla Terra guidati
dallo sciagurato Ievauè. E il Mostro-a-Tre-Teste che ne
nacque ha causato massacri e belligeranze prima
impensabili, basate non più su una primitiva tendenza
all’occupazione dei territori ma sul dominio delle
coscienze, sulla distruzione di quelle varietà culturali
e cultuali che fondano ogni società umana o umanoide
conforme a se stessa.
Da quel momento si scatenarono i tragici eventi che ora
conosci e che mi hanno indotta ad appellare la tua anima
ardente Norea: un nome che al sorgere della deviante
mitologia monoteistica, fissata sull’esistenza di un
unico Dio e unicamente maschio, fu attribuito alla
moglie dell’uomo che concluse un patto scellerato con
Ievauè per salvarsi. Ma ecco, d’ora in poi Norea sarà la
parola da riscattare con cui segretamente ti chiamerò,
se lo permetti Sorella mia, tu che all’avvento del tuo
personale Diluvio Rosso hai saputo trasformarti senza
temere la Muda.
Ti ammiro e ti ammireranno anche altri, uomini ma
specialmente donne, quando l’inviterai a uscire dai
pantani e dalle trappole dell’ignoranza, della fede
cieca, dei dogmi e dei falsi poteri, dell’ostilità -
sacrificale e sacrificante - all’amore, al sesso e alla
vita nella sua più intrinseca Natura.
Sii autentica, Norea, e avrai molto da imparare da Te
Stessa!
Quella notte, la seconda più importante della mia vita,
piansi senza ritegno. Non per me stavolta, ma per la mia
specie. Che non sapevo di amare così tanto.
Diana
Non era semplice, adesso che m’erano chiare le
conseguenze del monoteismo, di quest’infezione
virulenta, fetida e pericolosa, convivere con chi mi
circondava. Ogni ora del giorno e della notte, qualsiasi
relazione o decisione politica, tutto era asservito alla
religione. A quella religione. A quel sistema
schizofrenico di separare cielo e terra, mondo materiale
e invisibile, natura e umanità, umano e divino, buio e
luce… Non l’avrei più potuto sopportare, né sarei stata
capace di fingere ancora a lungo.
Ero sola. Spaventosamente sola. Avevo te, Stella, e
forse avrei comunicato con altre o con altri di voi. Ma
non riconoscevo più mia madre, non riconoscevo più i
familiari, le amiche, le norme. E, soprattutto, non
riconoscevo me.
Chissà se avrei mai assaporato la felicità di un amore,
di un compagno disponibile a farsi iniettare, al pari
mio, il pungolo del Sapere! Ci pensavo masturbandomi,
mentre plasmavo un idolo immaginifico consono a quella
mia neo-individualità che i paesani avrebbero
considerato farneticante. Ma la nascondevo con abile
astuzia, in attesa di decidere il da farsi. Tu non
potevi, non volevi aiutarmi in questa mia scelta: avevi
già interferito abbastanza. Ora toccava a me. Ora
anch’io sapevo.
Anzi, sapevo anche troppo, e davvero non so com’ero
riuscita a sopportare gli scempi olocaustici che si
erano depositati nella mia memoria-senza-tempo e che mi
stavano forgiando una personalità tutta diversa da
prima, ora forte e carismatica, nella quale s’erano
risvegliate parti sopite e un’energia quasi
inesauribile, che mi permetteva di dormire e nutrirmi in
modi anomali, di costruire pensieri innovativi senza
stancarmi mai. Forse era proprio quel futuro oscuro a
sorreggermi, quei roghi di persone che intuivo vicine.
Squarci istantanei, di cui però ero riuscita a
interpretare un evento: sarebbe sorta un’istituzione per
realizzare lo sterminio, poi un giorno, un giorno
distante secoli, il suo capo sarebbe stato addirittura
papa! E allora, forse solo allora, certe mie speranze si
sarebbero realizzate…
Restava però a rodermi il problema principale, quello
più urgente: adesso, in piena teocrazia, cosa dovevo
fare? Cos’accidenti potevo fare?
Mi guardai intorno alla ricerca di semi da far crescere,
perché nulla nasce dal nulla, né potevo condividere la
mia Esperienza così come l’avevo vissuta e appresa.
Perciò durante il solito automatismo della vita
giornaliera mi riservavo momenti sempre più ampi, nelle
ore buie, per mettere in funzione i Sensi telepatici
verso l’esterno, verso i villaggi vicini o lontani, fin
dove riuscivo, scoprendo imprevedibili vite che prima di
me, e senza aiuto alieno, si erano aperte a una visuale
della vita più dilatata e pregna della fiamma
dell’Intelligenza. Usavano Arti Magiche e con quelle
conquistavano i Mondi Interiori. Ed erano uomini e donne
d’ogni età e ceto, uniti nella convinzione di essere
componenti integrate della Realtà e quindi in grado di
conoscerla attraverso sé e conoscersi attraverso Lei.
Una teoria che sintetizzava efficacemente la Volontà
da cui adesso era titillato il mio Cuore.
Di questa popolazione scelsi le donne, perché private di
potere e quindi smaniose di libertà e identità cultuale:
un terreno fertile con cui operare. E fra le donne
quelle del popolo, più preservate dagli interessi degli
emissari ecclesiastici e quindi per molti aspetti immuni
alla loro influenza, come in genere chi vive ai bordi,
sui limitari, nelle foreste. Con loro avrei riscoperto
la Dea dentro di me, poiché anche le donne al pari degli
uomini avevano necessità di una propria Figura sacrale.
E insieme avremmo esplorato la forza degli Elementi e
acceso sinergie con la Natura e visitato la vietata
Notte e bagnato di mestruo e succo vaginale le terre, i
corpi, le coscienze, danzando sotto una, quattro,
molteplici lune…
Ero pronta per la mia funzione d’Inseminatrice. Avrei
rotto i rapporti con la famiglia, con lo sguaiato Tobia,
e sarei andata a vivere da sola, vicino ai boschi.
Ancora non si uccideva per questo: mi avrebbero
semplicemente presa per pazza. Ma le donne, le più
giovani forse o le più anziane, si sarebbero
incuriosite: qualcuna mi avrebbe certo parlato e
qualcuna avrebbe vissuto con me l’inizio della nostra
epopea… Da loro mi sarei lasciata chiamare Viridiana,
Verde Diana, la Signora boschiva, riservando a te il
mio appellativo stellare. Avremmo pian piano accolto
anche gli uomini e forse tra loro avrei trovato uno
sposo, com’è infatti accaduto (e tu, specialmente tu
Amica, sei testimone di com’è valsa la pena aspettare il
mio Robin!).
Sì, avrei iniziato dal mio luogo di nascita e da lì
sarei approdata con i Fratelli e le Sorelle nel più
grosso comune vicino, quello dove sapevo ch’era nato mio
padre, dove avevo radici ancora a me sconosciute: Triora,
“le Tre Bocche”.
Un nome ideale per affrontare la mia battaglia contro le
Tre Fauci del Mostro…
(Selene Ballerini ©)
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