dx  home  dx  dove siamo   dx  omnia  dx  contatti  dx  ricerche

 
     
 

      Selene Ballerini ~ Scritture


 
 

   
 Il Segreto di Norea
 

 
(<== segue da =)


                 In genere mi sottomettevo senza reazioni al logorante ritmo di questa vita segnata. Ma c’erano giorni in cui un fuoco sconosciuto mi divorava dentro, un’ira furibonda che si scagliava contro tutto e tutti e, seduta in muta ribellione sotto il mio castagno preferito, m’immaginavo con avido sadismo di soffocare nel sonno mia madre, di buttar dalla rupe il mio promesso sposo (un bifolco il cui sorriso bavoso mi faceva inorridire), di appiccare la miccia alla sottana dell’uomo nero, che il Diavolo sarebbe venuto a rapire per i suoi molti peccati; e soprattutto di far scappare a gambe levate le megere sempre pronte a criticarmi su ogni cosa indossata, ogni parola detta, ogni pensiero espresso, tanto d’avermi fatta diventar silenziosa e sgusciante come una lucertola. E anche questo, ovviamente, a loro non andava bene!
Mi guardavano storta anche perché stavo per “diventare donna” e seppur non capissi appieno il senso di quelle parole sapevo ch’erano collegate al sangue sporco, quello con cui tante volte mia madre aveva insudiciato il giaciglio e il cui odore acre e rancido faceva ribrezzo a tutti, uomini e donne, spingendo noi ragazze a odiarlo. Avrei voluto parlarne con qualcuno, ma ero senza sorelle perché mio padre era morto poco dopo ch’ero nata e la mamma non aveva voluto risposarsi; le altre donne di casa mi scansavano quando giravo intorno per stuzzicarle sull’argomento e le amiche, poche invero, mi giudicavano sfacciata e reagivano arrossendo agitate. Così mi rassegnavo, sperando che il sangue ritardasse il più possibile se il suo arrivo doveva significare per me diventar la moglie di Tobia. Viridiana e Tobia, Tobia e Viridiana: come suonava male! Il pensiero di lui mi faceva venir voglia di fuggire a valle…
Ma poi la vita riprendeva come sempre e mi tranquillizzavo mentre annusavo l’aria pura del giorno perdendomi fra le nuvole, oppure aiutavo a pulire i cavoli per la minestra o a rassettar la casa. Più d’ogni altra cosa mi piaceva lavorar la terra dello zio e anche se non mi facevano far tutto, perché molti gesti erano sconvenienti per le fanciulle, stare con lui mi permetteva di contemplar le montagne, osservarne l’infinito orizzonte carico di sogni nascosti, cosa che non avrei potuto fare da sola: girellare senza la protezione di un uomo, infatti, faceva parte di quelle cose proibite che non potevano essere discusse. Era così e basta.
Finché venne il giorno in cui, come sai, il basta non mi bastò più.
Ricostruendo i fatti con ciò che conosco oggi correva l’autunno 1212. A quel tempo non mi faceva differenza, ignoravo perfino d’avere 14 anni. Sapevo soltanto di essere una ragazza da marito. Ribelle, ma pur sempre da marito. Il resto non contava, erano affari da adulti, e adulti uomini. Tutt’al più mi potevano arrivare scampoli di notizie che qualche viandante aveva sparso con lingua generosa davanti a un buon bicchiere di vino, ma mi sentivo estranea, ai margini del mondo che si muoveva altrove. Noi facevamo sempre le stesse cose, c’era sempre la medesima povertà, benché fossimo più liberi: non vigeva tanto controllo come nelle città, e in ogni caso il vertiginoso isolamento dei monti era la mia vita, mi pareva che non avrei potuto esistere lontana da lì, divelta dalle mie zolle selvagge.
La faccenda dei “bambini stupidi”, quella però era arrivata. Troppo curiosa per non diffondersi a macchia d’olio, troppo estesa. E soprattutto aveva avuto il suo primo epilogo non lontano da noi, in quella Genova che a nominarla mi pareva un posto fiabesco. Però qualcuno del borgo c’era stato e diceva che le sue strade non finivano mai e che era addobbata d’ogni lusso e abitata da dame d’indescrivibile beltà e che innanzi si distendeva tanta di quell’acqua che avrebbe potuto dissetare l’umanità per millenni se si fosse potuta bere: si chiamava mare e da lì partivano grandi chiatte, che raggiungevano luoghi così distanti da non potersi credere.
Fu proprio lì, in agosto, mentre la carestia mieteva vittime e rendeva insopportabile il lavoro di noi contadini, che era giunta la schiera tedesca dei bimbi in cerca di Dio. Fra loro c’erano anche adulti, ma perlopiù si trattava di piccoli e adolescenti e pure chi li guidava, un certo Nicola, aveva circa la mia età. Partiti da Colonia, la città dei catari, avevano percorso a piedi tutta la Germania tirati da una forza irresistibile che li aveva fatti raggiungere il porto genovese, dove s’aspettavano di vedere il mare aprirsi per continuare la crociata fino a Gerusalemme. E quando il miracolo non c’era stato le fanciulle e i fanciulli più ostinati, reagendo alla delusione propria e alla derisione altrui, avevano ripreso la marcia diretti a Roma, alla volta di Brindisi. Pochissimi di loro sarebbero tornati a casa, i più uccisi dagli stenti, stuprati, dispersi, rapiti.
Ma queste tragedie le avrei scoperte poi. Allora la vicenda mi emozionava e turbava. Cosa cercavano quei ragazzi? Perché s’erano addossati una missione tanto più grande di loro? Non c’erano i crociati per quello? Da quale inspiegabile tempesta erano stati attraversati per comportarsi in modo così audace e stravagante? Dentro il mio cuore li apprezzavo, mi sarebbe piaciuto seguirli, ascoltare i loro discorsi intimi, conoscere più di quanto veniva detto. Ma il mistero rimase, per me e per tutti gli altri, e certo per gli stessi bambini crociati, di cui anche in futuro si sarebbe parlato senza capirci granché. Adesso però so, come tu sai, perché lo fecero, quale attrazione li spinse a quest’impresa che nel loro immaginario dipinsero come il tentativo degli esclusi di riconquistare la Terra Santa. E di quale energia si trattasse lo scoprii quella notte, la notte del trapasso di Viridiana e della gestazione di Norea.
Te ne narro ancora una volta, l’ultima, perché ogni giorno di più vacilla il mio corpo e sento che sto per scivolare nel reame della morte apparente. Non mi spaventa, come non mi ha spaventata la vecchiaia, però voglio lasciare un vivido segno della mia permanenza qui, dell’aliena avventura che mi son trovata a vivere e che trasmetto per una definitiva registrazione. Servirà ai vostri Archivi, come tutto il resto. E dunque anche alle altre civiltà.
Quella notte, dunque. Quella notte non riuscivo a prendere sonno, mi si torcevano le budella e non capivo perché. Svegliare mamma non volevo, si sarebbe preoccupata e m’avrebbe dato da bere una di quelle sue erbe che facevano fare le smorfie tant’erano amare. Ma il dolore mi snervava e perciò mi alzai da letto, mi misi addosso qualche straccio in più per proteggermi dal freddo e scivolai fuori dalla porta. La luna era piena. Con questa luce, mi dissi, potrei camminare fino ai campi dello zio, magari il mal di pancia mi passa. E fu così che m’avviai spontaneamente, in una coltre d’ignara solitudine, verso la fine della mia normo-esistenza.
La meta che mi ero ripromessa di raggiungere era troppo vicina per l’inquietudine che mi tormentava, per cui una volta arrivata lì tirai dritto, anche perché il ventre s’era un po’ calmato e la notte era splendente e avrei potuto non avere più per anni quel coraggio, quella voglia d’affrontare il buio e le critiche di chi m’avesse scoperta. Il profilo dei monti intorno, sempre più visibile man mano che mi abituavo al debole chiarore notturno, mi danzava negli occhi e a un certo punto, inaspettatamente, mi sentii felice. Scoppiai a ridere di niente e i piedi da soli si misero a ballare facendomi girare su me stessa e poi correre, correre a perdifiato, con la sola voglia di vivere nella libertà. Di certo non era cosa da farsi senza guardare il terreno e non mi stupii quando cominciai a rotolar giù per un crepaccio: stavolta me l’ero proprio cercata! Dovevi stare più attenta, mi mormorava nell’orecchio interno mia madre. Guarda cosa capita alle spudorate come te, berciava la stridula voce del prete. E poi le amiche e le vicine di casa a sogghignare, divertite per com’era stato punito il mio sciocco ardimento… D’un tratto era svanita la gioia. Ma non m’era possibile lasciarmi andare alla malinconia perché ero ferita alle ginocchia e dovevo togliere quelle macchie di sangue se non volevo venir scoperta. Fu allora, in quel silenzio irreale, che sentii lo scorrere di un ruscello sotterraneo. Veniva da una piccola caverna e se la paura di venir rimproverata non fosse stata così forte non avrei mai avuto l’ardire di entrarci. L’acqua era gelida, ma non avevo scelta. Mi chinai per sciacquare le parti sbucciate e pensai con un certo conforto che avrei potuto facilmente nasconderle sotto le vesti. Ma la terza o quarta volta che immersi le mani qualcosa attirò la mia attenzione. Era una specie di pallina metallica, piacevole al tatto e accartocciata come una foglia. Lì in grotta non si vedeva quasi nulla, quindi la presi con me per esaminarla meglio a casa. Mentre tornavo indietro illuminata dai raggi lunari la curiosità prese però il sopravvento e pur continuando a camminare la manipolai un po’ per capire di che si trattava. Il materiale non riuscivo davvero a immaginare cosa fosse: non avevo mai toccato niente di simile! Era morbido, né caldo né freddo, leggerissimo e malleabile, tanto che senza volerlo mi ritrovai a stirare la pallina. Mi bloccai di colpo, come se mi avessero tirato uno schiaffo in pieno viso. Cercai di mettermi sotto la luce della luna e in effetti vidi il fatto incredibile: l’oggetto, scivolato a terra a causa del mio sgomento, aveva assunto la forma rettangolare di una tavoletta. Com’era possibile? Ero diventata pazza o era Satana a farmi questi scherzi? Ma perché proprio a me? Cosa stava accadendo? Pare incredibile dirlo dopo quant’è successo poi, ma è stato il momento più intenso che ricordo, il più sconvolgente: stavo infatti vivendo qualcosa di così insolito da non poterlo dire a nessuno se non a rischio di passar da eretica! Tremando raccolsi la lastra e osservandola mi accorsi che era di color verde marcio e ricoperta da caratteri che non conoscevo. Non sapevo leggere, è vero, ma quei segni erano diversi da qualsiasi altro avessi mai visto in giro, di questo ero certa. Voltai il manufatto dall’altro lato e scoprii che sul retro era incisa l’impronta di una mano sinistra. La tentazione di porre la mia in quel calco fu così forte che per un attimo mi mancò il respiro. Terrorizzata dai miei stessi pensieri mi misi a correre verso casa e solo quando fui lì mi resi conto di due eventi accaduti a mia insaputa: ero riuscita non so come a riaccartocciare l’oggetto e le mie cosce erano ancora bagnate di sangue. Ero diventata donna.

Stella
                Quello che seguì fu un periodo difficile da descriversi, anche adesso che son padrona dei magici mondi delle parole. La vita ordinaria continuava apparentemente come prima, salvo che tutti sapevano dell’avvento delle mie regole e Tobia mi guardava sempre più lascivo: riuscivo a sottrarmi alla sua villania solo appellandomi alla non ben definita virtù che tutti m’incitavano a conservare, e continuando a immaginarmi altri occhi, ben altre bocche di uomini da baciare. Ma negli anfratti, negli interstizi della mia mente profonda, in quei recessi dell’anima di cui altrimenti non avrei intuito l’esistenza, scorrevano nuovi universi, conoscenze inaudite, informulabili idee, sapori ignoti che mi facevano transitare fra la gente come un essere di un parallelo mondo fatato, presente e assente al tempo stesso.
Portavo il manufatto sempre con me, non me ne staccavo mai ed ero angosciata dall’idea che venisse scoperto. Per questo ero diventata obbediente, tranquilla, riuscendo perfino, qualche volta, a essere dolce con Tobia. Una giovinetta modello, del cui comportamento si compiaceva anche l’uomo nero… Ero disposta a tutto pur di non attirare l’attenzione, pur di restare invisibile, come del resto mi sentivo dentro.
Di notte tendevo Stella - l’avevo chiamata così, la pallina - e la sistemavo sotto il pagliericcio su cui dormivo, raccontandole tutti i fatti che mi eran capitati durante il giorno, le gioie e i dolori, affidandole i miei desideri e le mie pulsioni come a uno scrigno sicuro. Poi abbassavo le palpebre, mi lasciavo andare al sonno e iniziavano. Sempre. Ogni notte. Per settimane. Non erano sogni bensì turbini e vortici che mi travolgevano di nozioni sconosciute, di smarrite e impronunciabili sapienze, quasi un’istruzione serrata che notte dopo notte mi metteva in grado di allargare sempre più la mia intelligenza e di affinare le percezioni. Ormai non sapevo chi ero e riuscivo a vivere soltanto se imitavo quel ch’ero stata, ricordando e riproducendo gesti che ora mi sembravano insulsi e a volte inutili. Non ero tuttavia capace di elaborare concetti inconsueti: mi sentivo piuttosto come un contenitore ermeticamente chiuso di cui non scorgevo i contenuti.
Dovevo sbloccare a tutti i costi il ristagno che m’impediva di possedere un’identità e intuivo ciò che dovevo fare ma non ne avevo il coraggio: cosa sarebbe accaduto di me dopo, chi mi avrebbe salvata dal perdermi definitivamente? Ma trovai la forza, o l’incoscienza, quando mi resi conto che di me stessa, di quel che ancora rammentavo d’essere, non esisteva che uno sbiadito brandello. Così, non avendo nulla da perdere, attesi la luna piena e tornai alla caverna. Il buio a questo punto non mi ostacolava più. Non avevo bisogno della luce per adagiare la mano sul calco.

Norea
               Lo feci. Ed ecco che fui avvolta da un uovo di luce, mentre una bolla sferica ancor più luminosa iniziò a volteggiarmi intorno. Stranamente non ebbi paura, forse perché fra me e Stella si era creato un legame speciale: era la mia nutrice, la mia amica immaginaria, una seconda me, la più recondita, quella che mi faceva sussultare ma anche sentire viva come non mai. Poco a poco l’inerte sospensione lasciò il posto a una tranquillità insolita ed eccitante, finché la sfera s’arrestò davanti a me e aprendosi divenne un quadro pieno di colori in rapido movimento. Ciò che avevo vissuto nei miei enigmatici sogni si ripropose nella grotta in forma condensata, pregna di visioni fantasmagoriche, di suoni irripetibili, di metalinguaggi capaci di schiudere varchi a Comprensioni tanto inedite quanto radicali. In un baleno mi furono trasmessi millenni di storia terrestre e galattica, plasmandomi la mente in modo che potesse assorbire i dati a celerità vorace, foriera di profondità abissali, e vertigini cognitive, e sobbalzi neurologici.
Infine, con la stessa rapidità con cui era iniziato, il fenomeno cessò e sul dipinto, che ormai sapevo essere uno schermo, apparve un paesaggio magnifico, fatto di candide e altissime costruzioni. Zoomando indietro l’ologramma rivelò che appartenevano a un pianeta ornato di quattro lune, la cui disposizione a rombo trasmetteva una gradevole sensazione d’armonia. Capii che indicava la provenienza di un’entità che stava per parlarmi direttamente, ma invece di venir meno per la violenta emozione mi disposi ad ascoltare, acuendo il più possibile i miei nuovi Sensi. Ormai più niente mi avrebbe spaventata, nessun ostacolo avrebbe frenato la mia bramosia di Conoscenza.
“Salute a te, Norea” disse Stella, e la sua voce melodiosamente femminile vibrò in ogni corda del mio essere con straniante familiarità. Mi chiamò proprio così: Norea. E subito mi piacque. In verità non era una voce fisica ma telepatica, che s’insinuava in me accompagnando ogni suono con un’immagine, ogni immagine con un profumo, ogni profumo con una sensazione tattile... Eri tu, Stella, tu a cui dopo una lunga vita dono queste mie memorie in riconoscenza del dono che hai fatto a me: l’occasione di mutare per perdermi e così ritrovarmi.
Ecco dunque ciò che mi trasmettesti quella notte, la tua prima Lezione.

               Quanto adesso ti dirò, o temeraria Norea, è un terribile segreto che lorda di vergogna e mestizia il nostro popolo. Ma non posso farne a meno: giustizia vuole che la verità non resti celata ancora a lungo… Per questo mesi fa abbiamo deciso di spargere un primo gruppo di vrillisensori sulla Terra: il Gioco delle coincidenze, che mai scattano a caso, li avrebbe fatti trovare all’umanità giusta, che allacciandosi alle macchine con creativo atteggiamento le avrebbe poi innescate. Com’è capitato a te, azionando così il nostro strabiliante Contatto.
Sappi che per un prolungato tratto di Storia la vostra civiltà si è avvicinata a un’ottica esistenziale che n’esaltava la componente primaria: la sua ipercaotica complessità. La stupefacente mistura di scienza e arte e afflato spirituale con cui molte genti arcaiche approcciarono simbolicamente il mondo e se stesse rivela infatti nella specie umana un’attitudine a sintonizzarsi con i meccanismi e circuiti tramite i quali si manifesta il Cosmo a tutti i suoi livelli e che le nostre Indagini sanno ormai esplorare con sagacia.
Ti avrà sorpresa scoprire come in un lontano passato le realtà più esecrate alla tua epoca venissero invece celebrate come incarnazioni del Divino: intendo il mestruo, la vulva, il pene, la sessualità... E, seppur c’erano talora insofferenze verso la passione omoerotica, la sensibilità antica faceva sperare in una maggior apertura con il tempo. Era un ottimo inizio, perché è nello sviluppo armonico fra i due sessi che si sarebbe deciso il destino dell’umanità, l’orbita non univoca con cui ogni accadimento avrebbe avuto il suo corso. Comprendere che ogni genere e quindi ogni specie necessita del suo spazio vitale poteva essere realmente la chiave vincente. Maschi e femmine, omo ed etero, natura umana e natura animale, piante e minerali, stelle e pianeti, ciascuno e ciascuna in perfetta, bilanciata simpatia con tutto il resto seppur in perfetta, bilanciata pienezza di sé.
Questo speravamo osservandovi dal nostro astro, attendendo pazienti il momento in cui sarebbe stato possibile comunicare con voi senza condizionarvi anche per mera presenza. Simili e diversi, come amici, per uno scambio conveniente ad ambedue.
Ma ora ti rivelerò perché le nostre speranze si sono infrante. La colpa è nostra, anche se non potevamo prevedere quanto accadde. In breve, un manipolo di anthropi affetti da psico-patologie di fissazione, quelle che portano a inquadrare in modo riduttivo la realtà, sfuggiti al controllo violarono la Legge più sacra: la non interferenza con le biosocietà troppo diverse dalla nostra. Discesero sulla Terra guidati dallo sciagurato Ievauè. E il Mostro-a-Tre-Teste che ne nacque ha causato massacri e belligeranze prima impensabili, basate non più su una primitiva tendenza all’occupazione dei territori ma sul dominio delle coscienze, sulla distruzione di quelle varietà culturali e cultuali che fondano ogni società umana o umanoide conforme a se stessa.
Da quel momento si scatenarono i tragici eventi che ora conosci e che mi hanno indotta ad appellare la tua anima ardente Norea: un nome che al sorgere della deviante mitologia monoteistica, fissata sull’esistenza di un unico Dio e unicamente maschio, fu attribuito alla moglie dell’uomo che concluse un patto scellerato con Ievauè per salvarsi. Ma ecco, d’ora in poi Norea sarà la parola da riscattare con cui segretamente ti chiamerò, se lo permetti Sorella mia, tu che all’avvento del tuo personale Diluvio Rosso hai saputo trasformarti senza temere la Muda.
Ti ammiro e ti ammireranno anche altri, uomini ma specialmente donne, quando l’inviterai a uscire dai pantani e dalle trappole dell’ignoranza, della fede cieca, dei dogmi e dei falsi poteri, dell’ostilità - sacrificale e sacrificante - all’amore, al sesso e alla vita nella sua più intrinseca Natura.
Sii autentica, Norea, e avrai molto da imparare da Te Stessa!

Quella notte, la seconda più importante della mia vita, piansi senza ritegno. Non per me stavolta, ma per la mia specie. Che non sapevo di amare così tanto.

Diana
                Non era semplice, adesso che m’erano chiare le conseguenze del monoteismo, di quest’infezione virulenta, fetida e pericolosa, convivere con chi mi circondava. Ogni ora del giorno e della notte, qualsiasi relazione o decisione politica, tutto era asservito alla religione. A quella religione. A quel sistema schizofrenico di separare cielo e terra, mondo materiale e invisibile, natura e umanità, umano e divino, buio e luce… Non l’avrei più potuto sopportare, né sarei stata capace di fingere ancora a lungo.
Ero sola. Spaventosamente sola. Avevo te, Stella, e forse avrei comunicato con altre o con altri di voi. Ma non riconoscevo più mia madre, non riconoscevo più i familiari, le amiche, le norme. E, soprattutto, non riconoscevo me.
Chissà se avrei mai assaporato la felicità di un amore, di un compagno disponibile a farsi iniettare, al pari mio, il pungolo del Sapere! Ci pensavo masturbandomi, mentre plasmavo un idolo immaginifico consono a quella mia neo-individualità che i paesani avrebbero considerato farneticante. Ma la nascondevo con abile astuzia, in attesa di decidere il da farsi. Tu non potevi, non volevi aiutarmi in questa mia scelta: avevi già interferito abbastanza. Ora toccava a me. Ora anch’io sapevo.
Anzi, sapevo anche troppo, e davvero non so com’ero riuscita a sopportare gli scempi olocaustici che si erano depositati nella mia memoria-senza-tempo e che mi stavano forgiando una personalità tutta diversa da prima, ora forte e carismatica, nella quale s’erano risvegliate parti sopite e un’energia quasi inesauribile, che mi permetteva di dormire e nutrirmi in modi anomali, di costruire pensieri innovativi senza stancarmi mai. Forse era proprio quel futuro oscuro a sorreggermi, quei roghi di persone che intuivo vicine. Squarci istantanei, di cui però ero riuscita a interpretare un evento: sarebbe sorta un’istituzione per realizzare lo sterminio, poi un giorno, un giorno distante secoli, il suo capo sarebbe stato addirittura papa! E allora, forse solo allora, certe mie speranze si sarebbero realizzate…
Restava però a rodermi il problema principale, quello più urgente: adesso, in piena teocrazia, cosa dovevo fare? Cos’accidenti potevo fare?
Mi guardai intorno alla ricerca di semi da far crescere, perché nulla nasce dal nulla, né potevo condividere la mia Esperienza così come l’avevo vissuta e appresa. Perciò durante il solito automatismo della vita giornaliera mi riservavo momenti sempre più ampi, nelle ore buie, per mettere in funzione i Sensi telepatici verso l’esterno, verso i villaggi vicini o lontani, fin dove riuscivo, scoprendo imprevedibili vite che prima di me, e senza aiuto alieno, si erano aperte a una visuale della vita più dilatata e pregna della fiamma dell’Intelligenza. Usavano Arti Magiche e con quelle conquistavano i Mondi Interiori. Ed erano uomini e donne d’ogni età e ceto, uniti nella convinzione di essere componenti integrate della Realtà e quindi in grado di conoscerla attraverso sé e conoscersi attraverso Lei. Una teoria che sintetizzava efficacemente la Volontà da cui adesso era titillato il mio Cuore.
Di questa popolazione scelsi le donne, perché private di potere e quindi smaniose di libertà e identità cultuale: un terreno fertile con cui operare. E fra le donne quelle del popolo, più preservate dagli interessi degli emissari ecclesiastici e quindi per molti aspetti immuni alla loro influenza, come in genere chi vive ai bordi, sui limitari, nelle foreste. Con loro avrei riscoperto la Dea dentro di me, poiché anche le donne al pari degli uomini avevano necessità di una propria Figura sacrale. E insieme avremmo esplorato la forza degli Elementi e acceso sinergie con la Natura e visitato la vietata Notte e bagnato di mestruo e succo vaginale le terre, i corpi, le coscienze, danzando sotto una, quattro, molteplici lune…
Ero pronta per la mia funzione d’Inseminatrice. Avrei rotto i rapporti con la famiglia, con lo sguaiato Tobia, e sarei andata a vivere da sola, vicino ai boschi. Ancora non si uccideva per questo: mi avrebbero semplicemente presa per pazza. Ma le donne, le più giovani forse o le più anziane, si sarebbero incuriosite: qualcuna mi avrebbe certo parlato e qualcuna avrebbe vissuto con me l’inizio della nostra epopea… Da loro mi sarei lasciata chiamare Viridiana, Verde Diana, la Signora boschiva, riservando a te il mio appellativo stellare. Avremmo pian piano accolto anche gli uomini e forse tra loro avrei trovato uno sposo, com’è infatti accaduto (e tu, specialmente tu Amica, sei testimone di com’è valsa la pena aspettare il mio Robin!).
Sì, avrei iniziato dal mio luogo di nascita e da lì sarei approdata con i Fratelli e le Sorelle nel più grosso comune vicino, quello dove sapevo ch’era nato mio padre, dove avevo radici ancora a me sconosciute: Triora, “le Tre Bocche”.
Un nome ideale per affrontare la mia battaglia contro le Tre Fauci del Mostro…

(Selene Ballerini ©)

(<==torna indietro=)



Il Processo di Triora
(<== segue da =)

                I guai iniziarono verso l’autunno del 1587 quando i cittadini di Triora, angosciati da una carestia che da quasi tre anni aveva depauperato i raccolti e rovinato la fama conquistata dalla località di “granaio della Repubblica genovese”, chiesero a Genova e al vescovado d’Albenga l’intervento d’inquisitori che ponessero fine alla situazione. Perché era chiaro, non c’erano dubbi: la colpa di un simile maleficio non poteva che essere attribuita alle bàgiue (“streghe” nel dialetto triorese)! Chi fossero non si sapeva, ma il loro operato ne rivelava la presenza…
Arrivarono così a Triora due vicari, che prima arrestarono una trentina di persone rinchiudendole perlopiù nelle case di altri abitanti, poi giudicarono colpevoli solo 13 donne, 4 ragazze fra gli 8 e i 13 anni e - unico maschio coinvolto - un decenne. Ma già il 13 gennaio 1588 il Consiglio degli Anziani presentava formale protesta per i sistemi adottati dai due inquisitori: le torture (corpi legati a corde pendenti e poi scossi, digiuno del sonno, piedi bruciati col fuoco) erano state così atroci che un’ultrasessantenne ne era morta e un’altra donna, in un tentativo di fuga, era perita in seguito alle ferite riportate cadendo dal balcone; inoltre le accuse reciproche, estorte grazie ai tormenti e quindi probabilmente false, si erano così dilatate da coinvolgere un numero impressionante di cittadini, alcuni dei quali peraltro abbienti, il che preoccupava gli Anziani di Triora. Ma i vicari difesero il proprio operato sostenendo che sull’anziana poi deceduta erano state inflitte le torture “poiché era robusta”, che su nessuno i tormenti erano durati più di un’ora e che la donna caduta dal terrazzo era stata istigata a fuggire non dalla paura dei supplizi ma per istigazione del Diavolo. Gli imputati (le 13 “streghe” e uno “stregone”) furono infine trasferiti a languire nelle carceri genovesi.
Ma il terrore maniacale nei confronti del Diavolo non aveva ancora finito di mietere le sue vittime a Triora. Mentre infatti il processo continuava nella giurisdizione di Genova, qualcuno in paese stava proseguendo con accanimento le indagini, convinto che di streghe ne sarebbero saltate fuori ancora tante. Costui era il commissario straordinario Giulio Scribani, il cui operato fu così zelante da fargli rischiare una scomunica (ma fu assolto) per essersi impicciato di questioni non di pertinenza del governo genovese ma del Tribunale ecclesiastico.
Siamo adesso nel giugno 1588 e Scribani, con il fervore tipico di chi è convinto di dover compiere una missione della massima gravità e importanza, si stava dando un gran daffare per catturare nuove prede. Nel saggio Bàgiue, edito dalla Pro Triora, il ricercatore locale Sandro Oddo offre un sunto dell’intensa attività di quel sant’uomo, che quasi subito riuscì a rintracciare diverse streghe, non solo amanti del Diavolo — fatto che era di competenza del Santo Uffizio — ma anche infanticide, una delle quali confessò addirittura di aver ucciso 25 bimbetti, di cui 8 suoi! Poi a Badalucco torturò un’accusata tanto da farla morire e un’altra la condannò a morte, mentre di una presunta strega trovata senza vita nel carcere a Montalto si disse ch’era stata “strangolata” dal Diavolo in persona… Una decina d’inquisite furono infine tradotte a Genova e liberate - a quanto sembra - un anno dopo. Nel frattempo però la Repubblica aveva chiesto la pena di morte per quattro di loro, ma le condanne erano state contestate dal Tribunale dell’Inquisizione per un conflitto di competenza e, mentre il Sant’Uffizio interveniva consigliando clemenza, tre detenute ebbero tutto il tempo di morire in prigione per gli stenti.
                  La più famosa tra le vittime di Scribani (grazie alla maggior diffusione che ha avuto il verbale del suo più lungo tormento) fu l’anziana benestante Franchetta Borelli che, parente di un avvocato, pare sia riuscita infine a sottrarsi alla morsa inquisitoria. Ma dopo quali supplizi! Accusata da altre accusate, che forse speravano di trar vantaggio dal coinvolgimento reciproco con una donna più ricca e quindi in grado di difendersi, fu sottoposta due volte alla tortura del cavalletto (ovvero la stesero su una struttura in legno stirandole braccia e gambe), poi in virtù della sua influenza fu affidata alla custodia del fratello. Franchetta riuscì a fuggire tenendosi lontana da Triora per un paio di mesi, ma quando il fratello fu arrestato si ripresentò ai giudici, che a questo punto, dopo averla completamente depilata, la risottoposero al cavalletto per ben 23 ore consecutive. La trascrizione delle sue invocazioni a Dio, dei suoi sfoghi e anche delle sue riflessioni è un documento davvero impressionante e merita di essere letto, a memento degli orrori che può generare una fede (lo si può trovare, per esempio, in Strix di Claudio Bondì, edito nel 1989 dall’editore romano Lucarini).
Interessante inoltre rilevare quanto racconta Sandro Oddo e cioè che nel 1986 sull’emblematico caso della Borelli fu allestito uno spettacolo teatrale, scritto e diretto da Adalberto Tosco, alla cui rappresentazione il Comune triorese, evidentemente per la pruderie religiosa di alcuni, non dette il consenso...
              E a proposito di “riscatto” una curiosità: per proteggere il paese in seguito agli eventi del 1588 Triora assunse a patrona la Madonna, in onore della quale è stata poi riprodotta nel centro del paese la grotta di Lourdes. Un gesto significativo, che rimarca quel contrasto fra Paganesimo (di cui le Streghe furono incomprese eredi) e Cristianesimo che talvolta qualcuno, invano e maldestramente, tenta di ricomporre.

(Selene Ballerini ©)

(<==torna indietro=)


         Se hai apprezzato i testi di Selene Ballerini, puoi navigare
         il suo spazio virtuale per approfondire la conoscenza del suo lavoro
         clicca di seguito:  =Vai ==
»          

 

visitatori

Sito web diretto da Marinella Zetti e Flaminia Paolucci Mancinelli
(giornaliste iscritte all’Ordine dei Giornalisti Nazionale)
Supplemento a Leggereonline, testata giornalistica
 Autorizzazione del Tribunale di Milano n°47 del 3-02-2004
Luogo di stampa: Milano -  Copyright © 2003
Gabi International s.r.l.  P.I. 07920661001