|
(<==
segue da==)
Magia,
Stregoneria, Neopaganesimo
Sapienze, Storie e Strategie di
un
Nuovo Rinascimento al tramonto dell’Era Cristiana
di
Roberto Negrini
Il carattere di invisibilità e
occultamento di questa Schiatta misteriosa si
caratterizza naturalmente nell’essenza della sua
inerente temibilità all’interno di qualunque
ordinamento storico-sociale costituito. In particolare
questa temibilità emerge prepotentemente negli
ordinamenti caratterizzati da una stabilità legalistica
e patriarcale, per i quali la genialità e l’alterità
sono o divinità da adorare o paurosi demoni da
esorcizzare.
Una
lettura attenta della Storia, specie di certi periodi di
grande trasformazione culturale, religiosa o
scientifica, ci rivela infatti che spesso sotto la
superficie, o dietro le quinte degli eventi, delle crisi
culturali e perfino delle mutazioni religiose e
politiche si sono mosse idee-forza e spesso anche
organizzazioni strutturate connesse in un modo o
nell’altro alle arcaiche dimensioni della Magia. La
fiorente polluzione di nuove genialità spirituali,
filosofiche e artistiche che determinò il Rinascimento
europeo, con le sue ricche venature neo-gnostiche e
neo-pagane fermentate sia tra i colti magisti delle
accademie e delle corti che in diversa forma tra i
movimenti popolari e sciamanici delle streghe, ci
presenta a questo proposito uno scenario emblematico. La
diffusione europea di testi ermetici alessandrini di cui
si era sussurrato per tutto il medioevo e risalenti al
II-III secolo d.C. - come il Corpus Hermeticum
nella traduzione voluta da Cosimo de’ Medici nel 1462,
su probabile ispirazione dell’ardore neo-pagano di
Giorgio Gemisto Pletone (1355-1452) e curata con estrema
dedizione dal neoplatonico Marsilio Ficino (1433-1499) -
fu tra gli alimenti essenziali del rifiorire ermetico,
alchemico e magico. E nonostante i tentativi alquanto
ambigui dello stesso Ficino e di altri d’identificare la
gnosi ermetica con una qualche forma di
protocristianesimo, presentando Platone e perfino il
mitico Ermete Trismegisto come precursori dei Padri
della Chiesa, il linguaggio antichissimo e vivente dei
simboli seppe andare oltre ogni restrizione religiosa o
morale, proiettando verso i secoli futuri le arcaiche
eredità pagane dell’Arte ispirate a “Madonna Alchimia” o
alla “Regina di salute” celebrata da Basilio Valentino.[1]
Mentre sincronicamente, e in un contesto sociale ben
diverso, streghe e stregoni nelle campagne e tra i monti
praticavano e diffondevano la loro alchimia sciamanica
in onore della Signora del Gioco, in aperto dispregio
all’avvilente totem della croce.
Gli sviluppi della rinascenza magica ed
ermetica fra il XV e il XVIII secolo, grazie soprattutto
alla mediazione contenitrice delle Corporazioni di
Mestiere e poi delle Fratellanze Massoniche, produssero
comunque i primi gemiti del proprio orgasmo liberatorio
e innovatore solo a partire dalla seconda metà
dell’Ottocento, attraverso la formazione o il risveglio
di nuove Fraternità, Sorellanze e Comunità iniziatiche
che sincronicamente in diverse parti del mondo, ma
soprattutto in Europa e in America, si dissero volute,
ispirate e guidate dai mitici Superiori Sconosciuti,
qualunque cosa si voglia o possa intendere con questo
termine. Caratteristiche fondamentali di tali nuove
organizzazioni rispetto ai modelli dei secoli precedenti
furono la parziale rinuncia alla segretezza, spesso
l’aperto abbandono del paradigma cristiano e il forte
empito divulgativo finalizzato a influenzare
concretamente e apertamente le evoluzioni della cultura,
della politica, della religione e della scienza. Un
processo articolato, dilagante e inarrestabile, che nei
suoi sviluppi ha fatto del XX secolo, specialmente nei
suoi decenni finali, lo scenario di un nuovo e autentico
rinascimento magico, per molti versi codificabile come
più o meno consapevolmente neopagano.
Alcune di queste confraternite risultarono fin dalla
loro fondazione coinvolte nel risveglio dei valori e
delle pratiche magiche stellari, alchemiche e
psicosessuali. La loro connotazione in tal senso risulta
evidente laddove le operatività proposte ai membri
gravitarono intorno ai temi alchemici radicali della
trasmutazione psicofisiologica e della rigenerazione
interiore fondata sulla costruzione dei cosiddetti
“Corpi d’Immortalità” o “Corpi di Luce”, una tradizione
millenaria di trasmutazione della natura e di
autodivinizzazione dell’Uomo e della Donna attraverso
l’uso di tecniche alchemico-sessuali. E proprio
l’Alchimia infatti, in virtù della propria filiazione
meta-culturale antichissima, rappresenta una tra le più
dirette sopravvivenze del patrimonio sapienziale della
Dea Madre, soprattutto nei suoi aspetti operativi
interni e psicosessuali. E riconoscere la scienza
neolitica dei metalli e dei fluidi vegetali e organici,
l’Arte Nera[2]
di Chem e dei Cabiri, la conoscenza del Fuoco e
delle Acque di Vita dei sapienti cinesi, arabi, indiani
ed europei come archetipi operativi del lontano universo
spirituale della Stella Draco significa codificarne il
paradigma radicale quale elemento essenziale configurato
all’interno di quella più vasta costellazione di
archetipi ancestrali che consideriamo Magia.
Se possiamo infatti definire la Magia -
in base a un paradigma unitario di cui posso assumermi
la paternità - come l’Arte e la scienza dei rapporti
di potere tra le diverse componenti dell’essere,
dobbiamo allora definire l’Alchimia come uno degli
aspetti di quest’Arte-Scienza. E precisamente come un
corpus di tecniche manipolatorie delle forme naturali
(minerali, vegetali o animali, chimiche o biologiche) e
degli elementi fisici o parafisici che le compongono:
tecniche capaci di dissociare tali elementi e di
ricomporli secondo un diverso ordine, ottenendo
conseguenti trasmutazioni e realizzando quindi diverse
forme di controllo e amplificazione sui processi vitali
biologici e metabiologici della natura, nonché sulle
stesse modalità percettive della coscienza umana.
In questo senso e con questa veste
vediamo riaffiorare l’Alchimia nel cuore della
rinascenza magica moderna come ambizione di una “messa a
terra” della coscienza magica; e con particolare rilievo
ne vediamo ridestarsi gli aspetti psicosessuali, che
rappresentano il fondamento stesso, simbolico quanto
operabile, di ogni possibile manipolazione degli
elementi sia interni che esterni all’Anthropos.
È quindi naturale che le filiazioni iniziatiche, che più
di altre hanno rappresentato i conduttori storici del
Rinascimento Neopagano, siano quelle in cui risultò
maggiormente radicato il paradigma alchemico,
soprattutto nei suoi aspetti tantrici e “tenebrosi”
mutuati dalle arcaiche suggestioni dell’universo
sapienziale matristico.
(Nota: per leggere integralmente
l'intervento di Roberto Negrini
torna alla pagina precedente e scarica il file in formato Pdf)
<<=
torna indietro
[1]
“Questa è la Rosa dei
nostri maestri, di colore purpureo” scrive
l’ermetista tedesco noto come Basilio Valentino
nella terza delle sue 12 Chiavi; “è il sangue
rosso del drago descritto da molti; ed è anche
il mantello di porpora fogliato al massimo della
nostra arte, per mezzo del quale la Regina di
salute è coperta e col quale tutti i metalli
poveri possono essere arricchiti col calore”
(Basilio Valentino. “Pratica con le dodici
chiavi e appendice sulla grande pietra degli
antichi sapienti”, in: R. e S. Piccolini
(curatori). La biblioteca alchemica,
Padova, MEB, 1990, p. 113).
[2]
Tra le possibili origini
etimologiche del sostantivo arabo kimija
- che con l’aggiunta dell’articolo determinativo
al divenne al-kimija - alcune tra
le fonti più antiche, fra cui il greco Zosimo di
Panopoli (IV secolo d.C.), suggeriscono il
vocabolo greco chema o chemia o
chemeia, di grafia e origini abbastanza
incerte, ma comunque prevalentemente connesso
all’arte della manipolazione dei metalli, specie
dell’argento e dell’oro. La stessa tradizione
ermetico-alchemica fin dai suoi autori classici
e in seguito attraverso molti suoi esponenti
significativi ha ritenuto valida questa
etimologia, riferendola alla mitica origine
dell’Arte Trasmutatoria dai Misteri dell’antico
Egitto. Il termine khem nella lingua
egizia significava infatti “nero”, con
particolare riferimento a kemet (kmt),
la “terra nera”, cioè il fertile limo del delta
del Nilo, con cui, seguendo criteri di geografia
simbolica, s’indicava l’Egitto stesso. Quindi
Chemia, secondo questa versione,
indicherebbe sia l’Arte Nera
(probabilmente in relazione alla fase iniziale
dei suoi procedimenti operativi connessa alla
putrefazione e definita appunto Opera al
Nero) sia l’Arte o Sapienza della Terra
Nera, cioè dell’Egitto inteso come reame
archetipico da cui avrebbe avuto origine.
<<=
torna indietro |